Intervista a Marella Caramazza

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Esiste una soluzione percorribile?
A queste donne direi di non accettare regole che non hanno senso. Se occupano una posizione dirigenziale e sono manager che possono in qualche modo incidere sull’organizzazione, possono dire ‘no’. Esistono poi situazioni aberranti, dove sopravvivono pratiche di facetime vergognose; ma anche questo, fortunatamente, sta cambiando. Bisogna fare in modo che il lavoro intorno a noi si organizzi in maniera tale da permettere di occuparsi della propria sfera privata. È chiaro che una diffusa tendenza all’extreme job non aiuta. Nelle aziende c’è bisogno di ripensare l’organizzazione del lavoro, modificando i comportamenti abituali. Le persone, uomini e donne, devono avere la possibilità di vivere la propria vita lavorativa in modo soddisfacente, ma non totalizzante. La possibilità di gestire la sfera privata deve essere un diritto di tutti, donne ma anche uomini.

Il tema della sostenibilità è sempre più all’attenzione delle imprese; molte organizzazioni, sotto il cappello della sostenibilità, avviano percorsi che facilitano la conciliazione, il work life balance, il lavoro delle neomamme. Ci sono esperienze che ci può raccontare?
Di esperienze ce ne sono moltissime. Ricordo un caso molto positivo di una nota multinazionale attiva nel settore della grande distribuzione, che aveva lanciato un programma in cui il periodo di maternità facoltativo poteva essere utilizzato per intraprendere un percorso di formazione. L’obiettivo era poter ambire a una posizione superiore una volta rientrate in azienda. Un’operazione rivoluzionaria perché di solito, quando ci si allontana dall’azienda per la maternità, si rientra ‘deprivate’ di parte del ruolo che si occupava prima. Mentre l’esempio che le ho citato è davvero rivoluzionario.

La sostenibilità si traduce anche in impegni concreti verso le persone. Quali i risultati attesi?
La sostenibilità è da intendere come la capacità dell’azienda di avviare un percorso di crescita che la tenga in vita nel tempo. Quanto più le persone sono soddisfatte e vivono in armonia tutte le parti della loro vita, tanto più genereranno positività nella realtà in cui sono calati. Non si tratta di un percorso complicato; bisogna però essere capaci di impostarlo, scardinando i meccanismi di potere, consuetudine e cultura consolidata che invece sono presenti e frenano l’innovazione dei modelli organizzativi.

Se dovesse dare un consiglio a donne che si trovano al bivio tra famiglia e carriera, cosa direbbe loro?
Vorrei dire che se quando chi si trova davanti al bivio, sente principalmente il desiderio di accudire la propria famiglia, e si può permettere di non lavorare, fa benissimo a farlo. Ognuno deve fare le proprie scelte. E portarle avanti con onestà e coraggio. Se invece, davanti al bivio, davvero non si vuole rinunciare al proprio sviluppo professionale, suggerisco di combattere in ogni modo e non rinunciare a cercare di realizzarsi nella professione scelta. Bisogna organizzarsi e capire se dal punto di vista dell’armonia familiare la carriera è davvero conciliabile con il progetto di famiglia. Io ho sempre pensato di avere studiato per fare il lavoro che faccio, ma non avrei mai rinunciato ad avere dei figli. Sono stata certamente aiutata e sostenuta da mio marito, che ha accettato e condiviso il mio percorso di carriera. Altrimenti sarebbe stato tutto più difficile.

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