Womenomics: come siamo cambiate. Un confronto fra generazioni

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(di Elisabetta Favale)

Metti una sera a cena

Quando noi per caso in un solo istante

Ci guardiamo indifferentemente e

Pensiamo in fondo a cosa siamo.

Così cantava Forinda Bolkan nel noto film anni ’60, dove Patroni-Griffi voleva suggerire una disperazione esistenziale che si snodava in perverse sofferenze da salotto.

 

Per molti anni ho viaggiato in giro per l’Italia per lavoro, la mia settimana lavorativa talvolta mi smistava in città e regioni diverse (anche 5 in una sola settimana, una al giorno). Solerti segretarie si affrettavano a prenotarmi confortevoli stanze d’albergo assicurandomi ristorante interno o in casi estremi (ci sono piccole città di provincia dove può essere difficile l’opzione ristorante) un bar disposto a farmi un toast.

Non avendo marito e figli le aziende mi hanno sempre vista come una a cui poter rubare il tempo, temo che a nessuno sia venuto in mente che forse il marito e i figli non sono arrivati perché non ho avuto tempo! Quando si dice che noi donne siamo multitasking siamo abituate a immaginare la donna con la famiglia che si districa tra i grafici del forecast e pappe e pannolini, difficilmente si analizza il modello donna multitasking perché lavora 15 ore al giorno in una città, in una regione dove il parente più vicino è a 700 km, a gestire una vita che se ti ammali sei in balia di un medico di guardia di buona volontà, che salti sempre gli appuntamenti con l’idraulico che quindi ti fa pagare per la chiamata e tu rimani senza acqua calda per un mese! Certo, roba che tempra, prova a farti una doccia fredda in gennaio! In alternativa puoi scaldare l’acqua sul fornello. Se poi sei una salutista e ti ostini a non voler ricorrere ai surgelati ti trovi ad addomesticare il tuo bioritmo arrivando a cucinarti la cena alle 23, dopo il lavoro, dopo il traffico, dopo la palestra che ti ostini a voler frequentare perché pensi (ci sono ottime statistiche che ti spingono a pensarlo) che devi tenerti in forma qualora trovassi il tempo di cercare marito!

E ti ritrovi a collezionare cene tristissime in ristoranti di alberghi, collaudi un copione che ti metta al riparo dall’imbarazzo di essere sola e piano piano ti abitui.

Il tuo copione però non prevede neppure il “guardare per caso in un solo istante indifferentemente” i tuoi vicini di tavolo.

“I soli sono gli eroi del nuovo mondo coraggioso (…) con quell’aria un po’ da saggi un po’ da adolescenti” diceva Gaber in una bellissima canzone.

È così che ci ritroviamo nella Womenomics che, ci svelano gli esperti, a dispetto degli stereotipi, vede le donne filippine, regine indiscusse della casa e di questa qualità hanno certamente l’IGP, come le donne che hanno fatto una enorme scalata al successo ricoprendo nelle aziende ruoli di maggiore responsabilità rispetto ai loro colleghi maschi! E qui possiamo dichiarare che le cose sono davvero cambiate.

 

Allora pensando alla mia vita, l’anno scorso, guardando mia madre che si è sposata a 18 anni e a 25 aveva 3 figli le ho scritto una cosa che non le farò mai leggere.
“Da qualche parte, di là dalle case, c’è un campo dove si consuma il dolore della gibbosità di un tronco d’ulivo. La fatica di quel legno contorto, lì da più di 50 anni attraversa le strade, i quartieri, le case e arriva fino a qui. I frutti scuri pendono indolenti dai rami, sono tanti, attendono.
Il ghiaccio mattutino indurisce la terra che stride sotto le suole bagnate e mia madre, fragile, caparbia, lascia che i rami le graffino le mani, paga pegno. È il dicembre del suo 62° anno, precipitato così nella sua vita, annunciato dalla curva che segna oramai i suoi polpacci e dal rumore sordo del dolore che glieli contrae. È dicembre ma vorrebbe non saperlo, una ruga le attraversa la fronte, simbolo di una vita vissuta all’insegna della responsabilità e del limite. Gli occhi azzurri sono saltati dentro le orbite incavate dalla stanchezza della resa ad un secolo di battaglie, di piastrelle lucide, di luce fioca e poi violenta, in quella casa, fra quegli alberi. È dicembre ma il cuore continua a fermentarle come il mosto in ottobre. I morsi amari del tempo le entrano in bocca riassumendole la vita, lei non vuole niente, l’ultimo desiderio si è seccato al sole dei suoi 25 anni. Residui di rammarico imporporano le sue carni candide al pensiero della mia vita che comincia alle cinque del mattino fra macchine incolonnate ancor prima che il giorno abbia fatto il suo sommario”.

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