Video evento di presentazione di “Ci vorrebbe una moglie”

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Mercoledì 20 giugno si è tenuto a Milano l’evento di presentazione del  libro e oltre 100 persone hanno preso parte alla serata!

Sergio Dompé, Presidente – DOMPÉ • Lucia Fracassi, membro della Fondazione Bellisario – Regione Lombardia • Pietro Fusari, chirurgo orale • Francesco Varanini, direttore di Persone&Conoscenze • Anna Gervasoni, Direttore generale – AIFI

Commenti (4)

  • Gentile Chiara, ho partecipato alla presentazione del suo libro “Ci vorrebbe una moglie”, godibilissima, viva, perché racconta della sua vita e delle sue difficoltà. In presa diretta. Io sono psicoterapeuta ed insegnante, dunque non conosco direttamente il mondo azienale. Quello che mi ha molto colpito quel mercoledì pomeriggio è che tutte le donne intervenute come ospiti hanno alle spalle dei matrimoni o delle convivenze fallite. Un tributo da lasciare sul campo di battaglia se si vuole far carriera? Poi cerco di immedesimarmi nei figli di queste donne manager, essendo stata a mia volta figlia di una madre che ha sempre lavorato. Bè, devo dire che non me la sono sempre passata bene. Credo dipenda dal tipo di back up, come lo chiama lei, oltre che dalla qualità del tempo che si dedica ai figli. Quando stai con loro, stai con loro. Senza rumori di fondo nella testa. E non è facile. Forse questo comporta delle scelte, delle rinunce, perché credo sia impossibile far tutto benissimo. Penso che ciascuna di noi debba trovare il proprio buon modo.
    Fulvia

  • Ha detto bene Fulvia, ognuna di noi deve trovare il suo modo. Siamo di fronte a cambiamenti enormi, la nostra società non era stata ‘pensata’ in questo modo, il fatto che tutte le donne oggi lavorino crea ovviamente degli squilibri. Ci vorrà tempo per trovare nuovi assestamenti, nel frattempo tra le persone, in famiglia e in azienda, è importante che ci sia più rispetto. Solo rispettando il ruolo dell’altro si riesce a portare avanti bene quel che si fa. Ma il rispetto per l’altro non sempre c’è…
    Quanto ai figli, non bisogna continuamente pensare a quello di cui li stiamo privando con la nostra assenza ma pensare a quanto possiamo arricchirli con quel che riusciamo a trasmetter loro. Come dico spesso, non c’è scuola che trasmetta la passione e l’entusiasmo per il lavoro che si è scelto. Di questo esempio i nostri figli hanno bisogno.
    Grazie per volere alimentare questo dibattito!

  • Sono assolutamente d’accordo con lei, Chiara, quando dice che trasmettere ai figli la passione per il proprio lavoro sia un grande insegnamento di vita. Basato sui fatti, sull’esempio e non sulle chiacchiere. Penso tuttavia che questo valga per dei figli che abbiano già l’uso della ragione. Credo che per quelli più piccoli il discorso sia molto diverso. Le esperienze dei primissimi anni sono impronte indelebili, nel bene e nel male. Credo che a quell’età abbiano proprio bisogno della loro mamma come interfaccia verso il mondo, per una loro esigenza di crescita. Dall’asilo in poi, invece, dovrebbe essere tutto più semplice. Non parlo per luoghi comuni: è la mia esperienza lavorativa e di vita a suggerirmelo
    Fulvia

  • In realtà non stiamo discutendo del fatto che sia giusto o meno che un figlio, molto piccolo, stia con la madre. Diremmo ovviamente che sarebbe meglio. Ma non tutti possono scegliere. Ci sono donne che probabilmente starebbero molto di più con i loro figli se potessero, ma non ne hanno la possibilità. I ritmi di lavoro quasi mai sono personalizzabili. E credo siano queste donne, tante, che devono convivere con lavori impegnativi, servizi scarsi e un doppio lavoro che meritano tutta la nostra attenzione.

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