Uomini contro donne. La diversità genera produttività

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L’obiettivo dell’Agenda di Lisbona (il piano di sviluppo approvato dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea nel 2000) sull’occupazione femminile resta lontano. E nelle imprese italiane il lavoro delle donne è ancora sottovalutato. Eppure da un maggior equilibrio tra il potere maschile e la potenza femminile inespressa, le società potrebbero solo guadagnarci. In produttività e in competitività. Il perché lo spiega Silvia Vegetti Finzi, psicologa, da anni impegnata nello studio dell’evoluzione femminile nell’ambito del lavoro e della società in questa intervista realizzata da Nadia Anzani. Il tema verrà approfondito nel corso di un evento che abbiamo in programma il prossimo 15 novembre a Milano.maxresdefaultSe l’Italia riuscisse a centrare l’obiettivo di Lisbona dell’occupazione femminile al 60%, il Prodotto interno lordo crescerebbe del 7%. A dirlo, da anni, è la Banca d’Italia, in coro ai più prestigiosi economisti internazionali. Ma le cose non cambiano. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia la percentuale di donne disoccupate o precarie è più alta rispetto a quella degli uomini: 12,2% contro l’11%. Numeri che confermano ostinatamente come il nostro Paese sia uno di quelli dell’area euro che meno incoraggia il lavoro femminile. Lo testimonia anche il numero crescente di casi di de-mansionamento al rientro in azienda dal periodo di maternità, per non parlare di quelli di mobbing. Basti dire che, secondo l’Osservatorio nazionale mobbing le denunce fatte da donne sono circa 500 mila ogni anno, con l’età media delle vittime compresa fra 25 e 35 anni. E solo dal 2013 a oggi sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila lavoratrici, delle quali 350mila in stato di gravidanza. Non finisce qui. Il problema di conciliare carriera e famiglia costringe ogni anno quattro lavoratrici su 10 a lasciare l’occupazione subito dopo il parto, soprattutto al Sud. Nonostante le ripetute conferme che per le aziende le donne sono una risorsa.

“Se si parte dall’idea che la produzione ha bisogno delle donne, bisogna cambiare il rapporto con loro”, dice Silvia Vegetti Finzi, psicologa, da anni impegnata nello studio dell’evoluzione femminile nell’ambito del lavoro e della società ed ex Docente di Psicologia dinamica all’Università di Pavia. “Se sono una risorsa positiva bisogna tenere conto della loro vita che non è uguale a quella maschile. Le donne hanno una storia diversa e di questo le aziende e la società devono tenerne conto”.

In che senso le donne hanno una vita diversa da quella maschile?

La curva del mercato del lavoro e quella della vita privata delle donne sono ancora troppo distanti fra loro. Molti studi e ricerche hanno evidenziato che quando sono giovani, nel periodo di maggior disponibilità al lavoro e alla carriera faticano a trovare una occupazione. Quando raggiungono i 35-40 anni di età, periodo in cui in genere hanno una famiglia e figli piccoli da seguire, è il momento in cui vengono offerte loro le migliori prospettive di carriera. Poi, intorno ai 50 anni, quando tornano di nuovo ad avere più tempo da dedicare alla professione perché i figli sono cresciuti, sono considerate troppo vecchie e spesso vengono messe nelle condizioni di lasciare il lavoro oppure, se ne hanno i requisiti, viene offerto loro qualche forma di prepensionamento. Un andamento che ostacola la conciliazione tra vita lavorativa e privata, insieme ovviamente alla mancanza di politiche di welfare adeguate. Bisogna impegnarsi affinché le due curve si avvicinino.

Abbastanza irrealizzabile in Italia, non crede?
È una strada lunga certo, ma non impossibile. Si deve favorire il cambiamento di mentalità. Le aziende, ma anche le istituzioni preposte devono avviare politiche serie e concrete al fine di rimodellare le condizioni lavorative all’interno delle organizzazioni, tenendo conto anche delle tappe che caratterizzano la vita delle donne e prevedendo adeguate garanzie e tutele.

Lo smart working, di cui si parla molto in questo periodo, potrebbe aiutare?
Certamente, ma si potrebbe fare anche di più. Ci vorrebbero diverse modalità di lavoro, da noi invece c’è ancora troppa rigidità nell’offerta. Dovremmo prendere esempio dalla Svizzera dove le donne, in accordo con le aziende, si ritagliano la possibilità di dedicare al lavoro tempi diversi a seconda della loro età per un migliore work-life balance. Qui la maggior parte delle donne, infatti, lavora a tempo parziale e con gradi di occupazione inferiori al 50%, soprattutto se ha bambini in giovane età. Poi man mano i figli crescono, il tempo dedicato al lavoro aumenta. Lo stesso discorso vale per il lavoro svolto da casa, via internet. Un telelavoro alternato con giornate in azienda evita l’isolamento e, al tempo stesso, elimina le ore perse sui mezzi di trasporto. Dobbiamo tener conto che le giovani coppie abitano sempre più fuori città e che la distanza tra casa e ufficio tende ad aumentare.

Quanto pesano i pregiudizi maschili sul rapporto donne e lavoro?

Moltissimo perché gli uomini si rifiutano di fare queste riflessioni. Per loro le donne sono semplicemente dipendenti. Va bene la figura della donna subordinata che lavora finché è giovane, ma non tengono conto della sua vita privata e della complessità delle situazioni che, specie se madre, deve gestire fuori dall’ambito lavorativo. E soprattutto non capiscono che una donna senior competente rappresenta una ricchezza per l’azienda e non una zavorra.

Perché è importante che le aziende si nutrano delle differenze di genere?
Perché le competenze femminili sono le più adeguate a soddisfare le esigenze delle aziende post moderne.

Quali sono queste competenze?
La capacità femminile di svincolarsi dalle gerarchie preformate, per esempio, contiene risorse di empatia, di sintonia, di condivisione estremamente utili per collaborare e per formare gruppi di lavoro informali come quelli richiesti dalla rapidità delle evoluzioni tecnologiche nelle aziende. Senza dimenticare la capacità materna di accogliere l’estraneo che si rivela funzionale in un mondo globalizzato, attraversato da flussi migratori dove convivono etnie e culture lontane. E poi le donne hanno la capacità di stabilire relazioni stabili ad alto indice di affettività, cosa che gli uomini non hanno. Per loro, formati da secoli nell’esperienza dell’esercito, è prioritario stabilire gerarchie, costruire efficaci catene di comando, anche se queste strutture irrigidiscono i rapporti e ostacolano il riconoscimento del merito personale, della capacità innovativa. La mentalità creativa non dipende dall’anzianità e dalla posizione occupata. Ma difficilmente viene riconosciuta e utilizzata, soprattutto se appartiene a una donna cui si chiede, più che agli uomini, di ‘stare al suo posto’.
Non a caso, nelle società occidentali i ‘poteri forti’ sono fondamentalmente maschili e gerontocratici.
Altra caratteristica fondamentale per le imprese di oggi.

Perché?
Il prodotto più importante di una impresa moderna è la sua capacità di comunicare dentro e fuori la sua struttura. Almeno quanto la qualità della sua merce. Le aziende di maggior successo oggi sono quelle che riescono a raggiungere una buona relazione con i dipendenti, a creare un buon clima di lavoro e a tessere relazioni strategiche con collaboratori esterni, fornitori e clienti. Quelle che riescono a fare network e a far sentire le persone che contribuiscono al business come risorse uniche. Il che significa avere la capacità di creare una comunicazione personalizzata non generica, di accostarsi alle persone per quello che sono non per la posizione che occupano. E le donne, da sempre, sono molto competenti nella gestione delle relazioni e dei sentimenti che le accompagnano. Chi, in famiglia, si occupa del nonno malato, della cugina che si sposa, del bambino che nascerà, se non le donne?

Qualità che gli uomini non hanno?

Gli uomini tendono a mettere in campo strategie generiche, modelli standard di comunicazione che applicano in modo indistinto in qualsiasi ambito. Le donne, invece, per natura e cultura, sanno personalizzare meglio. Dietro a ogni segno c’è sempre un soggetto che chiede di essere riconosciuto e questo le donne lo capiscono meglio degli uomini. Non a caso la gestione della crisi che stiamo attraversando nelle aziende è spesso gestita da donne. Mentre gli uomini ridisegnano organigrammi e riformulano bilanci e strategie, le donne comunicano al personale in esubero i licenziamenti e i tagli in busta paga. Questa capacità di comunicare in modo personalizzato in una società fortemente individuale come quella attuale rappresenta un plus da valorizzare.

Nel frattempo, però, il potere in azienda resta ancora saldamente nelle mani degli uomini…

Dobbiamo capire che c’è una profonda differenza tra potere e potenza. Gli uomini hanno da sempre esercitato potere che è qualcosa di astratto, le donne invece hanno la potenza di generare vite umane. Un gesto creativo simile a quello di un artista che crea un capolavoro non riproducibile tecnicamente, che può essere manifestato anche in ambiti lavorativi. Ed è proprio la creatività un’altra delle capacità più richieste dalle aziende in tempi in cui l’innovazione fa la differenza sui mercati. La potenza creativa delle donne va aiutata, alimentata, sostenuta perché potrebbe essere un arricchimento per tutti.
Ci sono molte donne che non hanno potere, ma autorevolezza. Mentre il primo si può imporre con la forza e mantenere con la costrizione, la seconda può essere solo ricevuta dagli altri. E questa è una differenza, tra uomini e donne, da non sottovalutare.

Silvia Vegetti Finzi, laureata in Pedagogia con una specializzazione in Psicologia Clinica, è stata Docente di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia. Ha lavorato come psicoterapeuta per i problemi dell’infanzia, della famiglia e della scuola; ha partecipato, al Movimento delle donne impegnandosi nel lavoro intellettuale presso l’Università delle donne Virigina Woolf di Roma e con il Centro documentazione Donne di Firenze. Il suo ultimo lavoro è Una bambina senza stella, uscito ad agosto 2015 per Rizzoli Editore: dietro la storia della protagonista si cela quella dell’autrice, cresciuta negli anni tremendi della guerra e delle persecuzioni razziali che l’hanno riguardata da vicino.

 

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