Social network e punto croce

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Cresce il fenomeno dell’e-recruiting, cioè la ricerca sul web dei candidati. Ma gli head hunter, oltre a cercare il candidato, il professionista, cercano la ‘persona’ che acquista valore anche in base alle relazioni che emergono dal web. Per questo è necessario curare l’online reputation. Siamo quello che siamo e le nostre relazioni fanno parte del ‘valore’ che portiamo con noi. Si parla di lifelong learning, che viaggia in parallelo con il lifelong working, dico io. Passiamo la vita a imparare cose nuove, lavoriamo sempre più a lungo e i confini tra dimensione privata e professionale si sfumano. Siamo ciò che siamo, per questo non ha più senso indossare la mattina la divisa dell’ufficio, vestire i panni del professionista, crearsi un’identità ‘scollata’ da ciò che siamo nel nostro vissuto privato. Siamo ciò che siamo, e ciò che facciamo al di fuori dello spazio delimitato dalla nostra scrivania si riflette nel nostro vissuto lavorativo. Cosa determina il nostro atteggiamento, in ufficio e fuori? L’educazione, i modelli che osserviamo, il nostro vissuto, l’ambiente in cui siamo calati, l’esperienza. Si dice che bisogna stare attenti alle nostre abitudini perché diventano carattere. E il nostro carattere è il nostro carattere. Punto. Se siamo estroversi, se amiamo avere tanti amici, relazionarci con gruppi ampi di persone, trasferiremo questa indole alla nostra sfera professionale, costruendoci una rete funzionale al nostro percorso di carriera. Il punto è che quello che facciamo lascia delle tracce, e il web è un solerte collettore di tutti i nostri movimenti. Che lo vogliamo o no. Da una recente ricerca emerge che l’e-recruiting sta crescendo e che gli head hunter attingono ai business social network per valutare i profili manageriali più interessanti. Ecco che curare la reputazione online diventa strategico. Perché la rete ci ‘spoglia’. Dice ciò che siamo. Non ci possiamo più nascondere. Alle aziende interessano le ‘persone’, che con il loro bagaglio di cultura, storia e relazioni rappresentano le aziende a cui appartengono. Le competenze si danno per scontate. Importa quello che sai, ma importa molto anche quello che sei. Perché da come sei dipendono ad esempio la predisposizione all’autonomia progettuale, al lavoro in team, alla leadership. Il web sta anche frantumando i confini, tanto che si parla di crowdsourcing: le aziende cercano le competenze là dove sono disponibili. Ecco che il concetto di ‘confine’ non esiste più. Siamo ciò che siamo. E le aziende, se abbiamo caratteristiche funzionali al loro business, ci verranno a cercare, indipendentemente da dove collochiamo la nostra scrivania. E noi, manager disperate, come siamo? Siamo attente alla nostra online reputation? Ci mancava anche questa, ho pensato d’acchito. A dir la verità, mi sono un po’ spaventata. E ne ho parlato subito con un’amica, manager delle risorse umane di lungo corso. La domanda è la seguente. All’interno dei social network rientrano tutte le nostre relazioni. Lavorative ma anche non afferenti alla nostra sfera professionale. Dunque, se tra le mie relazioni ci sono contatti che riguardano la mia sfera privatissimamente privata, tipo le mie colleghe del corso di ‘ricamo a punto croce’, può essere che l’head hunter giudichi la mia appartenenza a un club, a un gruppo di lavoro, negativamente o positivamente? È giusto che elementi della nostra sfera privata rimbalzino fuori dalla rete per essere utilizzati come elementi di giudizio da qualcuno che non ci hai mai visto e che non ha mai sentito la nostra voce al telefono? Certo, mi direte che gli elementi che vengono considerati sono le relazioni professionali, i commenti lasciati dagli utenti che ci conoscono, eccetera. Ma poniamo il caso che l’head hunter in questione abbia combattuto una sua privatissima battaglia contro il ricamo a punto croce. Secondo voi, verrò contattata o il mio nome sparirà nei meandri della rete?

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