Attenti al gatto

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Per chi avesse trascorso le vacanze della scorsa estate su un altro pianeta, a Pechino, nel mese di agosto del 2008, si sono disputate le Olimpiadi. L’Italia si è aggiudicata 28 medaglie e, tra gli atleti vincitori di medaglie d’oro, si è distinta la tiratrice di scherma Valentina Vezzali, che ha conquistato il podio nel fioretto individuale. Complimenti a questa pluripremiata atleta: sta dimostrando che conciliare agonismo e maternità, famiglia e carriera, si può. Ma la notizia non è questa. Questa straordinaria atleta dà ottima prova di sé quando gareggia sola, mentre il suo talento sembra indebolirsi nel gioco di squadra. Tant’è che, in questa prova, le italiane si sono aggiudicate la medaglia di bronzo. Prestazione sicuramente encomiabile, ma che suscita qualche considerazione. Come mai la campionessa, da sola, garantisce ottime performance mentre in squadra no? La medaglia di bronzo evoca immediatamente il problema atavico di noi donne a far fatica a fare squadra, nel lavoro ed evidentemente un po’ anche nello sport. Difficile ricercare le ragioni di atteggiamenti che sono rovinosi in ambito lavorativo e altrettanto catastrofici nella sfera privata. Siamo talmente poco inclini a fare squadra, a essere solidali tra noi, che quando il nostro compagno, fidanzato, marito ci tradisce, capita in una percentuale imbarazzante dei casi con la nostra migliore amica. Secondo me le motivazioni vengono da lontano. Centinaia di migliaia di anni fa, ai tempi dell’uomo cacciatore-raccoglitore del Paleolitico, i maschi andavano in gruppo a cacciare –lì possiamo riscontrare le prime forme embrionali di cameratismo– mentre le donne aspettavano nelle capanne. Ma non aspettavano cucinando felici tutte insieme i proventi della caccia. Attendevano agguerrite nelle capanne il ritorno dei maschi, con l’obiettivo di conquistare il cacciatore più forte. Abbiamo cominciato centinaia di migliaia di anni fa a farci le scarpe. Mica facile cambiare atteggiamento ora, solo perché da qualche decennio si sono aperte anche per noi le porte delle università e possiamo dire la nostra al di fuori della sfera domestica. Ora che gli ambiti aziendali si stanno connotando sempre più al femminile, diventa urgente cambiare atteggiamento e avviare un percorso di ‘cameratismo rosa’. Anche perché resta aperto il tema della conciliazione: non è che prima stavamo nelle capanne e adesso andiamo a caccia. Andiamo a caccia ma la capanna deve essere in ordine, preferibilmente con qualcosa di commestibile al suo interno. E se lo scenario si è complicato sta a noi trovare la soluzione, perché l’uomo cacciatore del Paleolitico non è che si sia tanto evoluto. Dopo che ha ‘cacciato’, torna nel suo loft e desidera trovarlo in ordine, possibilmente con la neocacciatrice ai fornelli. Non è giusto generalizzare, molte cose sono cambiate, e ci sono molti uomini che danno un aiuto concreto affinché la propria partner si realizzi nella professione che ha scelto. Abbiamo letto molte interviste in cui donne di successo devono la loro riuscita professionale all’appoggio del partner. Ma sono casi che, appunto, fanno notizia. Il tema della conciliazione è forte, ma sta a noi trovare delle soluzioni. Magari proprio con le nostre colleghe, ascoltando le esigenze di tutte, mettendole sul tavolo e trovando insieme delle soluzioni. Facendo squadra, insomma. Secondo me solo se si sentono supportate, aiutate, solo avendo la percezione di poter contare l’una sull’altra le donne ricominceranno anche a fare più figli. L’Italia sta vivendo un forte deficit di natalità. La popolazione sta invecchiando, con conseguenze che non riguardano solo gli equilibri economici che questo fatto porta con sé, ma che provocano un inevitabile freno all’innovazione e allo sviluppo dell’intero sistema paese. Certo, la conciliazione famiglia-bambini-carriera spaventa, in un paese dove i servizi alle famiglie sono largamente al di sotto delle attese. Le notizie che riportano i giornali non sono incoraggianti: quest’anno un bambino su quattro non troverà posto negli asili nido. Abbiamo già affrontato il tema. Le soluzioni non sono facili, ma credo che in attesa che i nostri governanti adottino misure che assomiglino per esempio a quelle francesi, noi donne ci potremmo organizzare meglio. Con le assistenti materne a domicilio che curano più di un bambino, la versione dell’ormai collaudata Tagesmutter tedesca, e una migliore ripartizione dei carichi di lavoro con i colleghi, in modo da far fronte a differenti esigenze di orari, ad esempio. Perché attenzione: alle culle vuote fanno da contraltare le cucce piene. Le nostre case si stanno popolando di animali domestici: stanno in casa da soli e le dog sitter costano meno. Ci sono voluti secoli perché ci venissero spalancate le porte delle università e noi cosa facciamo? Trasferiamo le nostre conoscenze al gatto. Urge una riflessione…

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