Italia, paese di mammoni. Ma le mamme, in Italia, sono amate davvero?

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Bella domanda. Scrivo queste righe il giorno della festa della mamma e siccome i miei figli non si sognano più da tempo di venirmi a salutare al mattino per festeggiarmi (succedeva ai tempi dell’asilo, quando mostravano la loro gratitudine portando a casa lavoretti improbabili che ero costretta a esporre per qualche tempo) mi pongo qualche quesito sull’attenzione, non già dei miei figli verso di me, ma delle istituzioni italiane verso le mamme. Quelle che lavorano, e quelle che no. Perché le mamme che stanno a casa fanno questa scelta, secondo me, per due ragioni: il ruolo di mamma e moglie le gratifica completamente e possono permettersi di stare a casa; il ruolo di mamma e moglie le gratifica, ma si metterebbero in gioco nell’arena del lavoro se i servizi a supporto della famiglia fossero sufficienti a garantire un equilibrio familiare e non fossero invece appannaggio solo di chi i servizi se li può permettere e quindi, paradossalmente, di chi potrebbe anche non lavorare. Bene, alle appartenenti al primo gruppo auguro che riescano a trovare giorno dopo giorno gratificazioni tra le mura domestiche e, soprattutto, dentro se stesse. Le donne del secondo gruppo dovrebbero essere oggetto di attenzioni più serie da parte delle nostre istituzioni. In Italia lavora il 46% della popolazione femminile e, nonostante oltre la metà delle donne resti a casa, vantiamo un tasso di natalità tra i più bassi del mondo. Si è domandato le ragioni di questo fenomeno Maurizio Ferrera, che nel suo recente libro, Il fattore D, ha indagato le ragioni della scarsa presenza femminile nel nostro mercato del lavoro. “Le statistiche segnalano che l’Italia ha un forte deficit di occupati proprio nel settore dei servizi alle famiglie: circa 20% in meno rispetto a paesi come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, l’Olanda o la Danimarca. Il nostro paese è come intrappolato in un circolo vizioso, che alcuni autori chiamano la ‘trappola dell’inattivittà’: la scarsità di servizi è collegata alla bassa partecipazione femminile, che a sua volta è collegata alla scarsità di servizi ”4. In un nucleo che vede entrambi i genitori occupati full time fuori casa, i servizi di cui stiamo parlando sono quelli relativi all’assistenza non solo all’infanzia ma anche alla prima infanzia, che garantiscano cioè la cura dei bimbi da zero a tre anni, e i servizi di assistenza agli anziani. Questi sono considerati servizi fondamentali. Ma c’è anche tutta un’altra serie di servizi che non rientrano strettamente nell’area dell’assistenza e della cura, ma sono altrettanto fondamentali per garantire che il ‘vascello famiglia’ non coli a picco ai primi accenni di burrasca. Mi riferisco alla possibilità di usufruire in maniera più diffusa dei servizi che possiamo governare dal pc di casa. Dalla spesa a domicilio, ai vari servizi di assistenza a cui dovrebbe essere possibile accedere per via telematica. In questo scenario, il lavoro delle donne dovrebbe fungere da moltiplicatore, come ci spiega Ferrera, per l’espansione di servizi. E qui la nostra attenzione si concentra sul secondo gruppo di donne che citavo prima, e cioè quelle che non trovano nella nostra società un supporto sufficiente a sostenere il loro impegno fuori casa. Per trovare delle risposte, è sempre bene guardare cosa hanno fatto i nostri vicini di casa; in particolare i francesi che, a partire dal 2005, hanno iniziato a promuovere i servizi alle famiglie. In che modo? Sono stati individuati e riconosciuti nuovi servizi destinati in modo specifico alle famiglie e alle persone, è stata creata un’Agenzia nazionale per i servizi alla persona e sono stati introdotti incentivi fiscali. Non solo. È stato creato uno strumento per pagare le transazioni che riguardano quest’area di servizi. Un buono a scalare che si acquista e serve per retribuire direttamente i fornitori dei servizi alle famiglie. Tutto questo per determinare un incremento di offerta dei servizi e scoraggiare, anche lì, l’evasione. Un miraggio? Intanto la natalità francese è tra le più elevate del vecchio continente mentre le donne in Italia, dati alla mano, lavorano in percentuale minore e fanno meno figli. Bene, qualcosa in questo sistema distorto è destinato a cambiare. Anche perché, sempre dati alla mano, le percentuali di chi conclude con successo il percorso universitario, nel Bel Paese, si tinge sempre più di rosa. E tutti questi talenti avranno il diritto di mettersi in gioco senza rinunciare alla maternità. In Francia qualcosa si è messo in moto. Vediamo noi cosa saremo capaci di fare.

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