Intervista a Isabella Covili

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Come si può cambiare questo modello, secondo lei?
Oggi il mondo del lavoro deve tenere conto di alcuni elementi che, rispetto a un tempo, stanno assumendo sempre più importanza: innanzitutto, il merito e i risultati. Nel mondo del lavoro sta perdendo importanza il tema della presenza, dell’unicità: quello che conta è il risultato da raggiungere e il merito derivante dal raggiungimento degli obiettivi. Per sopravvivere in un mercato in continua evoluzione e sempre più competitivo, le aziende saranno sempre più spinte a guardare anche al lavoro femminile e alle competenze maturate. Anche se, ovviamente, la strada per arrivare al 50% di presenze femminili in un CdA è ancora molto lunga…

È allora importante che le donne incomincino anche a dire di no ai modelli imposti. Ma per farlo, è necessaria una forte dose di autostima. E, credo, nessuno si potrà opporre a tale atteggiamento, nel momento in cui la donna porterà in azienda risultati tangibili…
Certo. Non credo però che le donne abbiano poca autostima. Credo piuttosto che il problema stia nella gestione delle priorità. Perché la difficoltà sta nel mettere in pratica tutto ciò che si vorrebbe fare, dovendosi scontrare con un retaggio culturale maschile dominante. A questa difficoltà si accompagna un altro dei problemi tipicamente femminili: il perfezionismo, il voler fare tutto bene, che influisce sulla scelta di occuparsi della famiglia o della carriera. Perché fare bene tutt’e due le cose è difficile; per questo molte donne decidono di dedicarsi seriamente solo a un aspetto. Sacrificando l’altro.

Cosa si sentirebbe di dire a una donna che si trova al fatidico bivio ‘famiglia-carriera’?
Le direi di non scegliere. Ma di trovare gli strumenti che le permettano di fare entrambe le cose, evitando le scelte di comodo. Perché per sentirsi gratificate bisogna fare fatica, come in tutte le cose della vita.

Nelle imprese, secondo lei, cosa si può fare?
È importante accrescere la propria forza contrattuale. Le faccio un esempio. Io oggi ho una Srl con un socio: però il 51% dell’azienda appartiene a me. Per farsi una posizione, molto dipende dalla forza contrattuale delle persone. Spesso le donne tra di loro non si aiutano, non fanno network, preferiscono avere un uomo come capo invece di una donna. Gli uomini hanno meno difficoltà a riconoscere una donna come capo, soprattutto se è stata promossa dall’interno dell’azienda: mentre le donne hanno difficoltà maggiori ad accettare che una loro collega sia passata di grado. Perché anche le donne, comunque, hanno i loro stereotipi. Bisogna poi formare il management per la parità di genere e basare i processi sulle persone, non sul genere. Le pari opportunità vanno bene, ma il pari merito è meglio.

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