Il ‘marito-moglie’ che non vogliamo

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Il settimanale GRAZIA pubblica questa settimana un pezzo dedicato al mio libro Ci vorrebbe una moglie. Ringrazio il direttore per lo spazio che ha voluto dedicare alle mie riflessioni. Il tema del lavoro femminile è al centro del dibattito. Lo ha sottolineato anche ieri il senatore Pietro Ichino nel corso di un convegno che abbiamo organizzato dedicato alla riforma del lavoro: l’occupazione femminile italiana è ferma al 46% mentre gli obiettivi dell’agenda di Lisbona sono ben più ambiziosi, e vorrebbero le  occupate al 60%. Come alzare la percentuale? Come spingere le donne a non abbandonare il lavoro, ad esempio, quando nascono i figli? Che strumenti possono mettere in atto le imprese per evitare una preziosa fuga di competenze? Il mio libro parte da considerazioni semplici, da quel che si può fare nel proprio privato. Non certo scegliersi un ‘marito-moglie’ (e in questo concordo con tutte le donne che la giornalista ha intervistato per corredare l’articolo), ma lavorare alla condivisione delle responsabilità. Perché è inutile che ce lo raccontiamo, non stiamo parlando di un fatto scontato. Da qui il mio titolo volutamente ironico: non vogliamo un marito che stia a casa, non vogliamo il ‘marito-moglie’ che ci aspetti con il pollo nel forno. Vogliamo qualcuno che condivida il nostro percorso di crescita che, guarda caso, comprende la dimensione professionale. Una dimensione che sottrae tempo a tutto il resto, famiglia compresa. Per questo chi ci sta accanto deve fare ben di più che preparare la cena ogni tanto: deve condividere con noi, nei fatti, tutto ciò che il ‘progetto famiglia’ porta con sé. Molte donne sono fortunate e, certamente, i risultati che hanno raggiunto sono il risultato di una crescita comune, loro e dei loro partner. Molte di noi, però, non possono contare su un analogo sostegno. Se così non fosse, il dibattito non sarebbe così acceso. O no?

Commenti (6)

  • Ciao Chiara , ho letto il tuo libro e l’ho trovato molto attinente alla mia realtà di moglie – mamma – imprenditrice. Io sono molto fortunata perchè ho un marito che non solo apprezza, ma è addirittura orgoglioso di avere la moglie imprenditrice e non storce il naso quando devo allontanarmi per convegni, corsi di formazione o semplici appuntamento di lavoro. Per il mio bimbo ho due nonne che non vedono l’ora di occuparsi di Alessandro e anche loro non solo tengono il mio piccolo ma mi incoraggiano ad andare avanti. Non è cosa da poco non sentirsi dire continuamente “perchè hai fatto così tardi? “perchè sabato devi lavorare?” “perchè questo week end devi andare al corso di formazione?” “uffa ma che posto abbiamo io e tuo figlio?” .Sta a noi donne conciliare il tutto, cerco di non approfittare della situazione perchè amo il mio lavoro ma amo anche la mia famiglia, ma per fortuna a noi donne conciliare viene naturale 🙂

  • Cara Elena, il tuo post è pieno di vita e mi è piaciuto constatare da una parte il tuo orgoglio professionale, e dall’altra il riconoscimento della fortuna che hai per la collaborazione delle nonne e il sostegno di tuo marito. Sono “fortune” fra virgolette, perchè francamente penso che sia più il tuo merito di saper creare intorno a te questa realtà, rispetto ad una generica “sorte benevola” su cui non puoi intervenire. Brava! A proposito di conciliazione, mi piacerebbe rivolgerti una domanda. Se tu, per una ragione o per l’altra, non avessi potuto contare sul sostegno delle nonne, pensi che le tue scelte sarebbero state (o sarebbero) diverse? Se tu avessi dovuto conciliare i tuoi impegni con quelli di tuo marito, e non avessi potuto contare sull’aiuto familiare, come ti saresti organizzata con il bambino? Pensi che ci sia un “numero massimo” di ore che possa trascorrere un bimbo al nido, da un punto di vista squisitamente morale? Io non sono mamma, mi interrogo spesso su questo discorso. La domanda è forse sciocca e bizzarra, ma la conciliazione si gioca, a mio parere, proprio quando la rete familiare non ti puo’ garantire tanto sostegno. Nel mio caso non potrei immaginare un coinvolgimento strutturato, né di mia suocera che abita lontano, né di mia madre che, sebbene più vicina, non potrebbe fornirmi un aiuto costante, ma solo saltuario. Lasciando da parte le questioni economiche, chiedo a te e agli altri lettori e lettrici, è moralmente accettabile che un bimbo sia lasciato al nido per 10 ore al giorno, a partire dall’anno di età, per 5 giorni alla settimana? Cosa ne pensate?

    • Cara Malouine , grazie per i meriti che mi dai 🙂 .
      Alla tua domanda potrei risponderti molto velocemente affermando che quello che conta è la qualità del tempo che passi con tuo figlio ma la realtà dei fatti è un pò più complessa.
      Tra il fronte “pro nonni ” e il fronte “pro nido” la guerra è aperta e senza soluzione di continuità. Io faccio parte del fronte pro nido, lo trovo un luogo non solo adatto ma lo ritengo il luogo dove mio figlio può ricevere i migliori stimoli per la sua crescita (ovvio che devi ben conoscere il nido e verificarne il programma educativo), per me i bambini devono stare con i bambini ed è per questo che ci andrà all’età di 7 mesi nonostante il parere contrario dei nonni.
      Considero i bambini gli esseri viventi che meglio si adattano alla realtà che gli viene creata attorno e tenendo conto che a crearla è la mamma = la persona che più li ama al mondo, cosa può esserci di meglio?
      Una volta superato, se necessario, il problema emotivo, il problema reale non sta nel lasciarlo al nido (10 ore dalla nonna o 10 ore al nido sono sempre 10 ore senza di te, e ripeto per me sta meglio al nido e al nido starà mio figlio) ma l’organizzazione dei periodi in cui al nido non lo puoi mandare ossia le vacanze e/o i giorni in cui è malato.
      Ma anche per questo si possono trovare delle soluzioni quali la scelta del centro estivo, le mamme che lavorano non sono più così rare e le offerte non mancano, e la ricerca di una persona che possa prendersi cura del bambino quando è malato = baby sitter. Non dico certo che sia facile, ed è per questo che mi ritengo fortunata nell’avere quattro nonni, ma di certo non impossibile.
      Il miglior regalo che posso fare a mio figlio è una mamma felice che quando è con lui lo ama con tutta se stessa e che, quando non c’è, gli ha creato attorno la migliore realtà possibile.
      I bambini imparano più dai fatti che dalle parole: avere una mamma soddisfatta e appassionata del proprio lavoro sarà lo sprone per cercare la strada per la sua soddisfazione, gli darai l’esempio per seguire le proprie passioni che nella vita si costruirà, è un essere indipendente, il cordone ombelicale te lo tagliano alla nascita.
      Ti daranno dell’egoista e cercheranno di farti venire sensi di colpa che non ti competono, fregatene vai avanti per la tua strada, ognuno ha il diritto di vivere la propria vita come meglio crede, i figli non sono di nostra proprietà, dobbiamo metterli al mondo e dar loro le basi per costruirsi la propria vita e se pensiamo di essere solo noi la fonte migliore abbiamo sbagliato tutto.
      Ho letto da poco una definizione di mamma che mi è molto piaciuta: la mamma è l’arco che lancia il proprio figlio verso il domani.
      Costruisciti il tuo arco al meglio, di difficoltà ne incontrerai tu come ne incontrerò io, ragiona sempre con la tua testa e con il tuo cuore, non farti condizionare dalle opinioni degli altri perchè sono semplicemente questo : OPINIONI 🙂

      • Cara Elena, mi sono accorta con ritardo che avevi risposto al mio commento, scusa! mi hai illuminato su alcuni aspetti della mia esperienza personale e comprendo meglio la mia ambivalenza nei confronti della maternità. Hai posto l’accento sulla soddisfazione personale, su quanto una mamma felice e soddisfatta possa contribuire alla felicità del piccolo, perchè quando è con lui lo ama con tutta sé stessa. La verità è che la mia esperienza lavorativa non mi rende né soddisfatta né appassionata dei miei compiti quotidiani. Non so se dipende dal fatto che più di un anno fa ho cambiato azienda (e anche mansioni) e nella nuova realtà fatico ad integrarmi. Mi occupo di un settore che prima mi era completamente estraneo, sarebbe troppo lungo da spiegare… e parlandone troppo apertamente temo di venire riconosciuta, perchè è una realtà particolare. Diciamo che mi hanno dato fiducia pensando che, grazie alla mia versatilità, avrei potuto ricoprire un ruolo per cui non ho alcuna formazione. Peccato che poi, in battaglia, mi hanno lasciato spesso sola a prendere decisioni importanti per le quali non ero in grado di valutare le conseguenze. E molto presto ho ricevuto pesanti commenti sulla mia incapacità a ricoprire questo ruolo, oltre che dinieghi nel momento in cui io, senza alcuna vergogna, ho ammesso di aver bisogno di aiuto per colmare le mie lacune. Nonostante tutto, sto costruendo la mia storia professionale con coraggio e cercando di imparare dai miei errori. Ho un bisogno assoluto di consolidarmi in questa posizione, di imparare a fare bene questo lavoro. Sto lottando contro i miei limiti, per dimostrare a me stessa e agli altri che non merito l’etichetta di persona incapace. Faccio un lavoro “da uomo” in un contesto industriale che non è abituato alla presenza femminile in ruoli decisionali, e gli scontri che vivo sono pesanti, spesso hanno una base di “genere” anche se le persone sembrano non rendersene conto. Sto vivendo una situazione che mi ha provocato altissimi livelli di ansia, che mi stanno costando onerose sedute presso una psicoterapeuta e scontrini in erboristeria per l’assunzione di rimedi naturali per gestire il mio umore. Ho smesso di dormire, tutta la mia vita ha iniziato a sgretolarsi ed è solo una solida rete familiare e amicale che mi ha sorretto in questo crollo. Adesso mi sto risollevando, la mia efficacia sul lavoro sta aumentando, i conflitti con i collaboratori più stretti si stanno appianando e io sto aumentando le mie conoscenze e capacità. E’ una fatica ma io non mollo. Ho tante ragioni per insistere, ho un contratto decente e lavoro per un’azienda solida, in una realtà dove è superfluo sottolineare quanto sia difficile riciclarsi, specie a 34 anni. Non ci sto a farmi dare dell’inconcludente, quando la mia croce è una mancanza oggettiva di strumenti operativi e di supporto professionale. Forse è per questo che mi è così difficile immaginare me stessa nell’esperienza della maternità, sono ancora troppo sollecitata su altri fronti e penso di non aver ancora trovato un consolidamento personale da poter offrire ad un figlio. Devo prima comporre la mia persona, e poi pensare di generare una vita. Questo mi dice il mio senso di responsabilità. Poi posso pensare a tutto il resto, compresa la costruzione dell’arco di cui mi parli. Ti ringrazio davvero per il tuo aiuto ad indagare dentro questo mio abisso.

  • Il “problema” è trovare un nuovo equilibrio che in verità molte famiglie/coppie hanno già trovato. Si tratta di raggiungere un nuovo accordo tra madri e padri che, come giustamente ha evidenziato l’autrice del libro, ha a che vedere con la progettualità condivisa. Ma dipende anche dal riuscire a trovare un nuovo ruolo paterno. Il ruolo del padre è stato completamente svuotato negli ultimi decenni e questo ha comportato sicuramente dei vantaggi perché ci siamo liberati di molti aspetti negativi del ruolo paterno “classico”. A ben vedere però, abbiamo anche abdicato a quanto c’era di buono (e secondo noi da riscoprire) per esempio il compito di accompagnamento alla vita esterna alla famiglia, al ruolo di guida/educatore. Oggi questi aspetti non solo sono messi in secondo piano dai padri, ma dalla famiglia stessa. Per questo un nuovo equilibrio tra uomini e donne per noi è sicuramente auspicabile e dovrebbe andare nella direzione di una interscambialità dei ruoli. Molti uomini purtroppo però hanno ancora troppo timore di perdere la loro “figura paterna” nonostante sia stata svuotata da tempo.

    • Mio padre praticamente l’ho conosciuto a 20 anni quando sono entrata in azienda. La mia è la classica famiglia di un imprenditore artigiano: papà chiuso in azienda 16 ore al giorno e mamma a casa ad occuparsi dell’amministrazione e della famiglia e per me era assolutamente normale così, non mi sono accorta di quanto mi mancasse sino a che non l’ho avuto presente nella mia vita. Quella di mio figlio è una classica famiglia moderna, non è una contraddizione di termini semplicemente perché ritengo che il cambiamento nelle nuova famiglie sia in atto da tempo. Mio marito si occupa del bambino e della casa esattamente quanto me, c’è chi cucina e chi porta fuori il cane, c’è chi lava e cambia il bambino e chi fa il letto. Ognuno di noi fa le cose che ci sono da fare senza compiti pre-assegnati, la nostra è una routine ben avviata che comprende anche le sere in cui uno di noi è completamente a pezzi e l’altro fa tutto e credetemi molto spesso quella stesa sul divano sono io. Ho un marito fantastico? Sicuramente, ma parliamoci chiaro non ne avrei scelto uno diverso. La nostra vita ce la costruiamo noi e abbiamo due alternative: o lamentarci di ciò che non abbiamo o predisporre i pezzi del puzzle della vita che vogliamo.

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