Benessere interno lordo. (Il Pil può attendere…)

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Ha scritto l’economista Jean Paul Fitoussi nel ‘Teorema del Lampione’ che viviamo in tempi irragionevoli, nei quali la più grande miseria vive accanto alla più grande ricchezza. Da dove viene questa irragionovolezza? Perché la accettiamo? Forse siamo noi che decidiamo di non vedere nulla di ciò che accade lontano dalle luci dei luoghi di potere. Fitoussi – che racconta di questo Teorema nelle pagine di Repubblica – parte dalla storia di un tizio che cerca le chiavi sotto un lampione, non perché le avesse perse lì, ma perché quello era l’unico punto illuminato della strada. Il punto è che siamo noi a scegliere cosa illuminare e i fenomeni da analizzare. Traslando questo concetto all’ambito dell’agire politico, questo approccio può essere pericoloso perché è possibile sbagliare la definizione dell’obiettivo. Ad esempio, la stabilità dei prezzi è un obiettivo della politica economica e dovrebbe consentire la massima crescita del Pil. Ma la crescita del Pil si accompagna a una profonda miseria sociale, scrive l’economista, e la deregolamentazione dei mercati è stata il preludio al loro peggior funzionamento dai tempi della crisi degli anni ’30. Non si erano accesi i lampioni giusti? Fatto sta che si è partiti dal fissare obiettivi, come il Pil, non veramente importanti. O comunque non gli unici possibili. Le crisi europee sono un’allegoria dei problemi che fatichiamo a risolvere quando collochiamo i lampioni nei posti sbagliati. È sensato perseguire la sostenibilità del debito a spese della sostenibilità dello sviluppo, e in particolare dello sviluppo dell’uomo? Se non abbiamo colto la misura di questi cambiamenti, forse ci mancano sistemi di misurazione adeguati. È sensato che il Pil sia l’indicatore prevalente? Il nostro fine ultimo dovrebbe essere il benessere e non è perché non sappiamo ancora misurarlo che dobbiamo sacrificarlo agli obiettivi che crediamo di saper misurare. Dovremmo invece valutare meglio le conseguenze politiche degli interventi governativi rispetto a due obiettivi: il benessere e la sostenibilità. In realtà anche l’Onu sembra condividere l’opinione tanto che l’assemblea generale del luglio 2011 ha esortato la politica a smetterla di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggiore considerazione i fattori che determinano la percezione del benessere. Da qui la stesura di un World Happiness Report, uno studio che può fornire indicazioni su come orientare le scelte politiche per il periodo 2015-2030. La felicità percepita ci può dare la misura delle azioni da intraprendere per migliorare il benessere del pianeta e assicurare uno sviluppo sostenibile. E la politica deve allinearsi a ciò che è importante per le persone. Tra i parametri considerati troviamo il reddito, l’aspettativa di vita, la libertà, l’assenza di corruzione e la rete di sostegno sociale. La buona notizia è che le popolazioni più serene, che vivono in comunità soddisfatte hanno maggiori possibilità di avere una salute migliore e di essere più produttivi. La notizia meno buona è che in questa classifica il nostro Paese è al 45° posto (156 i Paesi rientrati nello studio). In molti Paesi dell’America del Sud stanno meglio di noi. Parlare di più di benessere mi sembra urgente. Noi circoscriviamo il tema all’ambito organizzativo: giovedì 19 ne parliamo a Roma e il 1° ottobre a Bologna. Programmi e agende sul sito www.benessereorg.it.

Commento

  • Sull’aspettativa di vita ci siamo, sul resto decisamente meno. Una sollecitazione sul tema “corruzione”: quale rapporto tra etica dei gruppi dirigenti ( politici, manageriali….) ed etica pubblica più in generale? Non esiste forse un patto vizioso tra corrotto e corruttore?
    Forse la questione etica è questione comune ad un paese che non ha goduto né della riforma protestante firmata Calvino né della riforma cattolica firmata Erasmo da Rotterdam?

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