Vogliamoci più bene

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Oggi sono incappata in un articolo sulle culle vuote. Il demografo Alessandro Rosina sottolinea la gravità dei dati. Le nascite nel nostro Paese continuano a diminuire. Dalle 513 mila nel 2013 siamo scesi a 464 mila nel 2017. Diminuiscono i nuovi nati e aumentano gli anziani. Nemmeno troppo lentamente stiamo provocando uno squilibrio generazionale dalle proporzioni enormi. Nel giro di qualche anno avremo uno sbilanciamento irreversibile tra persone che hanno bisogno di assistenza e persone inserite nel sistema produttivo. Gli over 65 sono il 22,6% mentre gli under 15 il 13,4% della popolazione, questa la fotografia dell’Istat. Il nostro sistema presenta falle da più parti. I giovani in percentuale diminuiscono e, oltretutto, scelgono percorsi formativi sbagliati. Non esiste un lavoro di orientamento seriamente dedicato a produrre le competenze che servono al nostro sistema produttivo, con il risultato che il tasso di chi non lavora e non studia, nell’età che va dai 24 ai 35 anni, arriva al 30%, una percentuale tra le peggiori del vecchio continente. I danni sociali del cosiddetto ‘skill mismatch’ sono enormi. I millennial, generazione che ha accesso a potenzialità formative come mai prima nella storia, rappresentano nel nostro Paese una fascia debolissima, che fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro, figurarsi se può immaginare di  ‘metter su famiglia’. Se andiamo avanti così diventeranno del tutto fuori tempo anche tutti i nostri ragionamenti sulla necessità di tenere insieme tanti pezzi della nostra vita. O meglio, se fino a qualche tempo fa ci si preoccupava dell’asilo aziendale ora il problema sarà gestire gli anziani. Cosa succederà? Le aziende andranno a riconvertire gli spazi e invece che il bambino al nido porteremo in azienda il genitore anziano? C’è poco da scherzare, le risorse destinate al sostegno della famiglia verranno sempre più utilizzate per gestire la non autosufficienza. Nel pieno della campagna elettorale le promesse di sostegno arrivano da più parti, ma gli aiuti alla famiglia saranno del tutto insufficienti se non si cambia passo. Finché ci saranno annunci di lavoro in cui si richiede bella presenza, finché, nemmeno troppo sotto traccia, si pretenderà dalle donne la rinuncia ad essere madri, finché si offriranno stage non retribuiti, o retribuiti malamente sarà difficile invertire la rotta. I numeri si cambiano se cambia la cultura ma bisogna fare presto. Siccome i cambiamenti culturali richiedono tempo e noi di tempo non ne abbiamo, facciamo un ragionamento molto più basico sulla convenienza. Se continuiamo a negare le opportunità ai giovani, se non permettiamo loro trovare un posto dignitoso nel mondo del lavoro, se continuiamo a ostacolare con ogni mezzo la maternità stiamo ipotecando anche il nostro di futuro. Perché l’economia è circolare. Se non ci occupiamo seriamente del lavoro dei nostri figli non potremo passare alla cassa quando sarà il momento di andare in pensione. Non occuparsi di chi è più giovane, ostacolare in ogni modo chi desidera diventare genitore, alimentare un sistema che costringe le donne a diventare madri sempre più tardi, significa mettere un’ipoteca anche sulla generazione di chi ha superato gli ‘anta’, un lavoro ce l’ha, e pensa di essere al sicuro. Come me.

 

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