Scrivere… al volo

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Ore 8,35: rispondo alla prima mail del mattino

Buongiorno, ho ricevuto il materiale.
L
e manderò una bozza prima possibile. Forse già domani.
La contatterò se avrò bisogno di altre info.
Grazie Chiara

La storia Ore 6,30. Interno giorno. Suona la sveglia. Mi trascino verso la cucina e accendo la macchina del caffé americano. Un elettrodomestico che fa rabbrividire chiunque non sia vissuto a lungo fuori dall’Italia. Esattamente come me, traviata da una lunga permanenza in Germania. Il tedesco l’ho imparato bene. E il caffé espresso non riesco più a berlo. Non so se ne sia valsa la pena, ma tant’è. Procediamo con ordine. Mentre quella deliziosa brodaglia scende nella brocca di vetro, mi lavo i denti, infilo vestaglia e occhiali e pregusto dieci minuti sul divano, sorseggiando la tisana (non oso chiamarlo caffé per non offendere la sensibilità dei napoletani) davanti alle notizie del mattino. Ora che ci penso, il momento più tranquillo della giornata. Sono già le 7,10. Con una leggera pressione sul telecomando comincia il lavoro. Quello vero. Con passo deciso vado verso la camera dei miei bambini. Due creature adorabili. Non riesco a immaginare la mia vita senza di loro. Anche se quando dormono la casa è immersa in un’atmosfera irreale. E per precipitare nella realtà basta poco: “Bambini –sussurro– è ora di alzarsi”. E alzo la tapparella come se un po’ di luce che proviene dalla strada possa in qualche modo scuoterli dal letargo. “Bambini –e a quel punto il tono della voce comincia a tradire i primi segni di nervosismo– sbrigatevi, altrimenti faremo tardi!”. Non si è mai visto alcun bambino sano di mente preoccupato per l’orario d’inizio delle lezioni. Eppure, tutte le mattine, mi ostino con quella stupida intimidazione: “Faremo tardi!” che, ovviamente, lascia i bambini nella più totale indifferenza. A quel punto, però, il leggero nervosismo ha lasciato il posto alla furia. Sono ormai le 7,20 e nessuno si è ancora presentato in cucina per la colazione. Si passa alle maniere forti. Il primo viene sollevato di peso e portato in bagno in un turbine di lamenti mentre il secondo, rintanato nella parte sopra del letto a castello, con la voce impastata sussurra: “Cinque minuti!!”. A quel punto salgo sulla scala, scaravento giù il piumino, lo trascino per i piedi, e il malcapitato capisce che non ha più speranza. La colazione è pronta. Già. La colazione. Che deve essere nutriente, calorica eccetera. E allora vai di cereali. Peccato che nelle scatole di cereali ci siano sempre le sorprese. Una per scatola, però. E se uno ha due figli, cosa fa? Apre due scatole di cereali? Certo che no. Allora si scatena la rissa. I bambini litigano e la mamma urla ancora di più. Altro che far west metropolitano! Per ristabilire l’ordine ci vuole un acuto che mi lascia totalmente afona fino alle 9. Ma le 9 sono lontane. Sono le 7,40, i bambini non hanno finito la colazione e io sono ancora in pigiama. È ora di passare all’azione. Da piccola ero abbagliata da Wonder Woman, che girava su se stessa e si trasformava, da donna a supereroina. Ecco, devo averla studiata talmente bene, che nel giro di due minuti sono pronta. Se a quel punto almeno uno dei due ha finito la colazione, sono salva. Posso spedirlo a lavarsi i denti –solo quelli, per carità, l’idiosincrasia per l’acqua è conclamata, e poi le ‘sclere’ per la doccia si fanno alla sera, ne riparleremo fra 12 ore– e poi a vestirsi. Segue a ruota il secondo, che si lava e si veste. A quel punto sono pronti. Per cominciare a giocare, però! Li lascio fare, mentre do una parvenza umana al mio aspetto. Poi parte la dichiarazione conclusiva: “Bambini, scarpe e cappotto!”. E dalla loro camera risuona un’eco, che più che un urlo sembra il lamento di chi viene sottoposto alle più atroci torture. “Ma mamma… non abbiamo ancora giocato…”. A quel punto lancio l’intimidazione finale. Una minacciona che dovrebbe sembrare terribile, ma ormai sono le 8,10, ho già rifatto i letti, sistemato la cucina, preparato le scarpe davanti alla porta e anche il tono della voce comincia a risentire della stanchezza. E allora la voce si fa implorante. “Ragazzi, per favore, stiamo quasi per essere in ritardo. Vi prego…”. Ma non funziona. E volano le scarpe sul pianerottolo insieme agli zaini, ai cappotti e alle chiavi di casa. Ore 8,30. Sono in ufficio. Accendo il computer. Mi siedo finalmente alla mia scrivania. Che in quel momento mi sembra un’oasi di pace. Sono la prima ad arrivare in ufficio e mi godo qualche minuto di silenzio. Ho già al mio attivo due ore di lavoro. Gli strilli mi hanno un po’ stordita, ma devo lasciare quella frenesia dietro di me. Perché faccio un lavoro creativo. Devo avere la mente sempre pronta per creare qualcosa di nuovo. Sì, perché io, di mestiere, scrivo. E non posso permettermi di farlo solo quando mi viene l’ispirazione. Devo produrre cartelle su cartelle. E quel che fa la differenza è proprio la creatività. Il segreto è trasformare argomenti che hanno poco appeal in pezzi accattivanti, che si fanno leggere. E il dramma è proprio questo. Abbandonare questo stile ansioso, questo periodare frenetico che ben si riconosce nelle prime mail del mattino fatte di periodi brevi, quasi spezzati per lasciarsi andare a un incedere più dolce, più leggibile, meno isterico. Che rifletta meno l’ansia a cui molte di noi sono –felicemente o meno– sottoposte.

L’analisi C’è un libro su questo tema che, più di altri, mi ha colpita. Il Diario di una mamma giornalista di Barbara Palombelli, “dedicato alle mamme giornaliste e a tutte coloro che si guadagnano da vivere in autonomia… Dedicato a noi, che siamo sempre imperfette e sempre affannate, a noi che arriviamo tardi alle recite scolastiche dei figli e guardiamo l’orologio quando aspettiamo di parlare con i loro professori… A noi che abbiamo cresciuto i nostri ragazzi urlando al telefono dall’ufficio, a noi che abbiamo speso stipendi in baby sitter e in regali per i nostri pupi viziati, a noi che non abbiamo nulla di cui pentirci e moltissimo di cui andare fiere”1. Il diario di una professionista, un’‘acrobata del quotidiano’ come ce ne sono moltissime, divisa tra lavoro e famiglia, tra figli e carriera. Sul dilemma di come conciliare lavoro e carriera si riempiono tuttora pagine di giornali. Ma il tema non è questo. Ci stiamo domandando se il nostro quotidiano, il nostro essere donne, influenzi il modo di scrivere. Ebbene sì. Lo stile femminile è riconoscibile. A partire dalle mail del mattino. Si è occupato di analizzare le parole che le donne usano nel mondo del lavoro il Circolo della Rosa di Milano che, nel 2004, ha organizzato una serie di incontri tra donne inserite nel mercato del lavoro, con l’obiettivo di realizzare un piccolo vocabolario dell’esperienza lavorativa femminile. Ne è nato un volume che ha raccolto riflessioni, idee e testimonianze e non pochi interrogativi. Quanto allo stile, “da parte delle croniste c’è più delicatezza nell’intromettersi nelle vicende private e dolorose delle persone, atteggiamento che è stato tendenzialmente imitato e assunto anche dai giornalisti uomini” 2 . Le donne hanno una naturale propensione alla mediazione, alla comprensione. Un atteggiamento che le porta a mettere in discussione tutto, a cominciare da se stesse. “Vediamo la differenza tra donne e uomini nella valutazione di sé. Le donne tendono a dare una sottovalutazione di tutto il lavoro e della ricchezza che si portano dentro. Invece tra i giovani uomini c’è onnipotenza: sono bravo, forte, ce la farò in ogni caso” 3. Le donne, e le mamme ancora di più, questo senso di onnipotenza faticano a costruirselo, perché il loro quotidiano è messo in discussione ogni giorno. Perché la presenza in ufficio è subordinata allo stato di salute dei bambini, o della baby sitter. Per questo una donna, una mamma, è un po’ meno sicura di farcela. E lo stile caratterizzato da periodi brevi, con una struttura della frase elementare –soggetto, verbo, complemento, punto– non si può certo ricondurre a una passione per il periodare cara a Tacito. È il riflesso di uno stile di vita che obbliga alla fretta, che costringe noi mamme a lavorare controllando le lancette dell’orologio. Perché quando scatta l’ora X, ‘dobbiamo’ spegnere il computer per forza. È inevitabile, dunque, che questa pressione sui tempi di lavoro che si possono dilatare con poca elasticità abbia un riflesso sul nostro modo di scrivere quotidiano, alle nostre scrivanie. Che nulla ha a che vedere con lo ‘stile di scrittura femminile’. Pensiamo a Jane Austen, Simone de Beauvoir, Marguerite Yourcenar, maestre incontrastate nella capacità di scandagliare l’animo umano. Ma qui non stiamo parlando di scrittrici. Stiamo cercando di analizzare lo stile di chi fa il lavoro del giornalista, non dello scrittore. Di chi deve rispettare una scadenza per la consegna di un pezzo. Non di chi scrive per ‘diletto’. Perché allora la musica, e lo stile, cambiano. Ma siamo sicuri che questo stile che possiamo definire ‘frenetico’, questo susseguirsi di periodi brevi che sembrano inseguirsi con veemenza siano veramente riconducibili a uno stile femminile? O più semplicemente chi ha fretta, donna o uomo che sia, adotta questo stile? Certo, noi donne-giornaliste-mamme, in bilico tra le consegne dei pezzi e la campanella della scuola, di fretta ne abbiamo di più. E forse, leggendo, si capisce.

1 Palombelli Barbara, Diario di una mamma giornalista, Rizzoli, 2001, pag. 11.
2 Quaderni di via Dogana. Parole che le donne usano per quello che fanno e vivono nel mondo del lavoro oggi, Libreria delle donne, marzo 2005, pag. 32.
3 Idem, pag. 68. 

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