Lavoro, quanto mi costi

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La condizione delle donne nelle aziende non migliora, se andiamo avanti così nel giro di poco facciamo un bel salto all’indietro. Queste le parole che mi rivolge un’amica che ha partecipato al nostro Convivio di Persone&Conoscenze, di cui abbiamo celebrato il decennale lo scorso 13 aprile. In effetti la sensazione che le donne non stiano benissimo c’è.

Per cominciare continuano a guadagnare meno dei colleghi maschi. OD&M Consulting nell’ultimo Rapporto sulle Retribuzioni ha fatto emergere uno scostamento del livello retributivo che aumenta per dirigenti e impiegati e diminuisce per i quadri. Il differenziale retributivo per i dirigenti si assessta all’11,8%, per gli impiegati al 13,6%. Il differenziale per quadri e impiegati si attesta rispettivamente all’8,3% e all’8,1%. Dalla rilevazione di OD&M emerge che il pay gap è più che raddoppiato negli utlimi cinque anni nelle posizioni di vertice mentre si è dimezzato per gli operai. E nei ruoli dirigenziali il numero di donne non cresce. Un differenziale retributivo destinato ad avere ovvie conseguenze anche sulle pensioni che, per le donne, sono conseguentemente più basse. In Svizzera si è calcolato che le donne per avere lo stesso reddito degli uomini devono lavorare 55 giorni in più e la differenza tra le retribuzioni di uomini e donne si attesta tra il 12,5 e il 18,1%. Le donne inglesi hanno lanciato il movimento #PayMeToo. Il problema ci riguarda, tutti.

Il fatto sul quale mi vorrei soffermare è che sono proprio le aziende tecnologiche, quelle realtà che interpretano il futuro e lo trasformano in strumenti che migliorano – o così dovrebbero – il nostro quotidiano a mettere in atto politiche che di innovativo hanno ben poco. Partiamo dalla culla dell’innovazione mondiale, la Silicon Valley. In un bell’articolo pubblicato lo scorso mese di marzo sull’Internazionale si prende in esame la condizione femminile in molte realtà che attraggono talenti da ogni parte del mondo, che rappresentano i cosiddetti ‘best place to work’ per l’altissimo contenuto di innovazione del loro business. Aziende che dovrebbero rappresentare il futuro e risultano invece ancora permeate da una cultura che, ancora oggi, favorisce discriminazioni. Il pay gap esiste anche lì. La sensazione è che anche i giganti dell’innovazione cerchino di restare aggrappati dinamiche culturali saldamente ancorate ad un passato che faticosamente stiamo cercando di lasciarci alle spalle.

Il problema è la rappresentanza infatti, non a caso, si parla della sua crisi. L’innovazione tecnologica sta generando nuovi modelli di business, nell’Industria4.0 dovranno convivere sempre più uomini e robot, tanto che l’europarlamentare Mady Delvaux ha proposto di dotare i robot di ‘personalità elettronica’, di tassarli quindi, per cercare di riequilibrare un sistema previdenziale al collasso. Il direttore del personale deve mettere in conto di dover gestire anche lavoro che umano non è, e il sindacato deve dare nuove risposte. Innanzitutto per gestire la sfida della produttività: se chiediamo di più alle persone senza poter adeguare i corrispettivi economici allora bisogna far evolvere dinamiche di partecipazione e sistemi di welfare. E poi ci sono i lavori generati dalle piattaforme digitali, privi di tutele, sottopagati, lavori che nello spazio di un secondo sembrano avere cancellato tutti i diritti conquistati dai lavoratori negli ultimi decenni. Lavori che confondiamo con i ‘business digitali’, ma che di digitale non hanno proprio nulla, come ci fa notare Marilena Ferri, head of Hr & Organization di Autogrill che ha partecipato come relatrice al nostro Convivio. Cosa c’è di digitale in un rider che consegna un pasto in bicicletta, di notte, sotto la pioggia? La piattaforma seleziona i rider più veloci, estromette automaticamente chi non risulta all’altezza delle performance. In questo caso la piattaforma è equa, non distingue tra uomini e donne. Qui ci troviamo di fronte a un’involuzione dei diritti delle persone, e non è chiamandola con un termine inglese, ‘gig economy’ che miglioriamo la questione. Forse però la soluzione non è scagliarsi contro questi lavori ma lavorare a un nuovo dialogo che sia la risultante di un sindacato pronto a ripensare se stesso e di aziende disponibili a riconoscere il valore del lavoro umano (a meno che qualcuno non pensi di introdurre il rider robot ma, alla fine, l’uomo riesce ad essere ancora più efficiente, e meno costoso).

Finchè i rider continueranno ad esserci. Perché nel frattempo nel nostro Paese i figli non si fanno più e si comincia a rimpiangere l’epoca in cui il problema per le aziende era la creazione dei nidi aziendali. Oggi le persone, sempre più sole, devono accudire i genitori anziani, e le politiche di welfare si spostano dalla gestione dell’infanzia alla gestione della non autosufficienza. La questione è molto seria. Le donne in posizioni di vertice, se pur pagate di meno, devono fare uno sforzo in più. Partendo dal cercare di abolire le differenze retributive. Il denaro è un’espressione di potere. Guadagnare più di una donna per la medesima posizione significa implicitamente ammettere di valere di più e avere più diritti. Nel medio periodo significa scoraggiare le donne a farsi avanti, nel lungo periodo rinunciare al ricambio generazionale. E perpetrare una narrazione delle relazioni tra i sessi che pensavamo di avere superato.

 

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