La responsabilità di cambiare le regole

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L’inchiesta sulle carriere interrotte curata dal settimanale IoDonna ha scatenato un dibattito. Di seguito la lettera che ho inviato, pubblicata parzialmente sul numero di questa settimana.

“Grazie alla bella inchiesta di Paola Centomo IoDonna ha portato alla luce un disagio che c’è, bisogna avere il coraggio di parlarne. Come mi disse una signora, che quando avevo intervistato era a capo di una azienda informatica, ‘se andiamo avanti così tra poco ci ritroveremo indietro di un paio di secoli’. Questa è la realtà. Abbiamo studiato, dimostrato che portiamo un grande valore nel campo nel quale ci applichiamo ma, ancora, è mal tollerata in azienda la nostra dimensione di madri, mogli, compagne. La famiglia è rassicurante se ce l’ha un uomo, diventa un peso se ce l’ha una donna. È vero che le politiche di welfare stanno facendo grandi passi avanti, ma se i figli in Italia non li fa più nessuno vuol dire che anche il welfare non funziona. O funziona per poche. E tenere tutto insieme diventa molto, troppo, faticoso, ci vuole una determinazione di ferro.

È urgente un cambio culturale che deve partire dalla famiglia, dalla responsabilizzazione dei padri, dalla condivisione del quotidiano. ‘Ci vuole la forza di un uomo per dare coraggio a una donna’, disse il direttore del MISE Stefano Firpo al Tempo delle donne. Il problema è che la condivisione delle responsabilità familiari non è un fatto che rientra pienamente nella nostra cultura. Non è corretto generalizzare, ci sono padri molto presenti, ma ce ne sono molti altri che prediligono le attività ‘creative’ mentre il peso della cura resta ancora sulle spalle delle madri. E questa è una prima questione da risolvere. Poi c’è un tema che riguarda la cultura organizzativa: il lavoro deve esprimere nuovi contenuti, sono sempre più rilevanti gli obiettivi che si raggiungono e non il tempo che si passa in azienda. Le organizzazioni ‘comprano’ competenze, non più il nostro tempo, e questo dovrebbe consentire di costruire il proprio modello di vita in modo da far coesistere le diverse dimensioni della nostra esistenza. Le aziende hanno bisogno di creatività, di stimolare l’innovazione, ingabbiare le persone non porta questi risultati… La suddivisione novecentesca del tempo – 8 ore per il lavoro, 8 per il riposo e 8 per me – non ha più alcun senso nell’economia della conoscenza, dove tutti siamo perennemente interconnessi.

Quindi, come si fa? Bisogna trovare nuove regole, vanno instaurati nuovi patti tra le aziende e le persone, anche il mondo della rappresentanza si deve ripensare. Ma le donne devono farlo ‘da dentro’ devono stare dentro l’organizzazione per cambiare alcune regole del gioco. Se hanno raggiunto una posizione di vertice hanno una responsabilità verso le colleghe più giovani. Altrimenti rischiamo di dividere il mondo in due: chi riesce a costruirsi una dimensione ‘su misura’ e chi invece è costretto a sottostare a modelli organizzativi fuori dal tempo. È vero che l’innovazione tecnologica sta accelerando trasformazioni significative nell’organizzazione del lavoro, ma è pur vero che culturalmente siamo anche molto lenti a recepirle (basti pensare allo smart working, è legge ma chi lavora da remoto rappresenta solo il 7% degli occupati). Siamo di fronte a grandi trasformazioni nel mondo del lavoro, e le donne hanno l’opportunità per dimostrare che esiste un altro modo per vivere le organizzazioni. Ma per dimostrare che un’altra via è possibile, non se ne dovrebbero allontanare”.

 

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