Formazione (in) sostenibile

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In questi giorni al Convegno Nazionale AIF dell’Aquila si tratta il tema della formazione sostenibile. La sostenibilità è intesa come responsabilità del formatore, chiamato a far sì che la sua azione formativa abbia ricadute positive. Ci anticipa qualche spunto Piero Trupi a pagina 38. Tuttavia, poiché sono da poco iniziate le scuole, non posso esimermi dal fare il punto sulla formazione che precede la formazione manageriale per affrontare un tema che, credo, meriti qualche riflessione: la formazione scolastica.

Partiamo da qualche dato, giusto per inquadrare il problema. Il nostro Paese spende il 4,5% del Pil nelle istituzioni scolastiche contro una media Ocse del 7,5%. Estonia e Brasile spendono di più, giusto per citare due paesi di due emisferi diversi. In Italia, la spesa pubblica nella scuola è pari al 9% della spesa pubblica totale, la percentuale più bassa tra i paesi industrializzati (la media Ocse è del 13,3%). Questi i budget a disposizione. E, poiché le organizzazioni sono fatte di persone, non è possibile sottovalutare l’aspetto retributivo. I nostri docenti possono ambire ai livelli massimi (?) di salario dopo 30 anni di carriera. Un esempio? Un nostro professore della scuola superiore guadagnerà 44 mila euro l’anno alle soglie della pensione. Facile demotivarsi. Anche perché una volta i docenti dovevano vedersela solo con i ragazzi ma adesso che le famiglie (non si capisce perché) sono entrate a gamba tesa nella scuola i docenti devono passare la vita a rompersi le scatole per giustificare a genitori apprensivi e protettivi le insufficienze che, giustamente, devono affibbiare a una generazione di lavativi. La motivazione è data anche dal contesto e, in questi mesi, molta attenzione si dedica al benessere nelle organizzazioni. Dato lo stato delle nostre infrastrutture scolastiche mi pare i docenti non possano ambire ad affrontare il tema. Sarà che a inizio anno i media si scatenano con reportage raccapriccianti. Ma tant’è. Basta fare un giro in una scuola di periferia per rendersi conto della gravità della situazione. La scuola cade a pezzi ma grazie al cielo c’è internet e la scuola si informatizza. Così, chi vuole, può accedere al servizio ed essere informato via sms se il figlio ha bigiato (a Milano si dice così). Le scuole private da tempo hanno attivato questa modalità graditissima ai genitori, che hanno così modo di veder visualizzata sul display del telefonino la scellerataggine del pargolo già al mattino alle 8. Ma l’ossessione del controllo (anche qui le analogie con il mondo aziendale si sprecano) siamo sicuri che serva? Se i ragazzi non possono più bigiare si inventeranno qualche altra forma di trasgressione, più pericolosa, secondo me. Ma cercare di inculcare il senso di responsabilità è più dura, controllare è più facile. Una sgridata e tutto torna come prima. Ma torniamo a qualche dato. Superato il liceo (la percentuale dei nostri diplomati è alta, l’85% contro la media Ocse dell’80) la laurea resta ancora un traguardo di pochi (poche, anzi, perché sono le donne a laurearsi di più) il 32,8% contro una media del 38%. Qualcuno si è chiesto come mai? Forse che questo esercito di insegnanti sottopagati e costretti a lavorare in condizioni al limite della precarietà (nelle scuole elementari i bambini portano a turno carta igienica e carta delle fotocopie. Se la fotocopiatrice c’è e funziona, altrimenti provvedono i genitori) non riesce a trasmettere ai ragazzi la passione per lo studio, che vuol dire scoperta, vuol dire non perdere quella meravigliosa curiosità che hanno i bambini quando vanno all’asilo, entusiasmati da tutto ciò che il loro sguardo riesce a catturare. Forse. Ma qualcuno che prosegue gli studi e termina l’università per fortuna c’è. E qui viene il bello. Perché in questo faticoso e travagliato percorso c’è qualcosa che non torna. Un tempo infatti il liceo preparava a entrare nel mondo del lavoro. Poi sempre più ragazzi hanno iniziato a frequentare l’università dopo il liceo ed era l’università a preparare al mondo del lavoro. E oggi, avete chiaro come funziona? Oggi l’università ti prepara e frequentare un costoso master che, forse, ti preparerà a fare uno stage gratis –

ça va sans dire– in azienda. Mah…

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