Convivere con l’algoritmo

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La verità della della suora storta è un racconto che si snoda agli inizi degli anni ’70.Allora per trovare una via si abbassava il finestrino e ci si fermava a chiedere indicazioni ai passanti. Ho avuto il primo cellulare quando mio figlio aveva un anno, sono cresciuta nelle cabine telefoniche e con il ‘Tutto Città’ in macchina. Parliamo del secolo scorso. Ora stiamo cercando di capire quale sarà il nostro destino di umani con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Se saremo in grado di programmare macchine capaci di pensare come noi, che ne sarà di noi dopo? Ci sarà ancora spazio per l’agire umano in un mondo abitato dalle macchine? Elon Musk con la sua Neuralink sta lavorando alla creazione di un’interfaccia tra cervello umano e computer. Se riuscirà nel suo progetto, non solo sarà possibile controllare una macchina con il pensiero ma si creerà una nuova specie di essere vivente che sarà la risultante della fusione tra uomo e macchina.

Già oggi viviamo un’esperienza simbiotica con il nostro smartphone, senza ci sentiamo vulnerabili. Nessuno di noi conosce più a memoria un numero di telefono, attraverso lo smartphone abbiamo accesso a ogni genere di informazione, possiamo effettuare pagamenti, impostare una navigazione GPS e raggiungere una destinazione senza fare alcun ragionamento sul percorso, senza interrogarci se il tragitto che stiamo percorrendo è davvero il più sensato. Deleghiamo al device le decisioni, ci fidiamo di chi ha il potere di immagazzinare più informazioni di noi e quindi potenzialmente in grado di elaborare la soluzione migliore. Il nostro cervello non serve più per ‘archiviare’ dati, che troviamo altrove, ma dovrebbe essere utilizzato per creare connessioni, appunto, intelligenti.

Noi umani non avremo mai la capacità di immagazzinare così tante informazioni, non potremo mai competere con la velocità di calcolo di un algoritmo. Le aziende se ne sono accorte da un po’, tanto che, ad esempio, la prima scelta dei curriculum viene già data in ‘outsourcing’ a piattaforme e l’organizzazione dei turni del personale viene affidata ad un più efficiente algoritmo piuttosto che ad umano che, ahimè, può sbagliare… Ed è questo il punto. Siamo certi che l’intelligenza artificiale sia migliore rispetto all’intelligenza naturale per la risoluzione di un problema? La nostra mente riceve condizionamenti dal corpo, un sistema biologico che influenza le nostre decisioni e ne stigmatizza l’unicità. Cosa potrebbe succedere se eliminassimo la dimensione irrazionale da ogni processo decisionale? Cosa potrebbe accadere se a decidere fossero macchine, algoritmi, per loro natura privi di istinto?

I pareri divergono. Se fossimo in grado di creare macchine superintelligenti, dovremmo saper porre dei limiti per scongiurare il rischio di perdere il controllo. La sfida sarà attrezzarsi e la politica dovrà ritagliarsi un ruolo in un ambito dal quale sembra tenersi lontana… Si potrebbe partire dal sostenere una narrazione dove l’utilizzo delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale vengono utilizzati per monitorare e contrastare ad esempio i mutamenti climatici, per rendere più efficace la diagnostica o perfezionare la chirurgia robotica –ambito che vede impegnate sempre più donne–.

Ma torniamo alla storia della suora, storta, come ce la descrive l’autore Andrea Vitali. Una vicenda ambientata sulla sponda lecchese del lago di Como che fa da sfondo a un mistero: una donna muore di morte naturale in un taxi, non ci sono elementi per iniziare indagini, la si identifica e il caso potrebbe essere chiuso. Potrebbe, ma il maresciallo non si accontenta, ‘sente’ che quella donna porta con sé una storia che è suo dovere portare alla luce. Ed è così che inizia un’indagine che lo porterà nella provincia di Pavia a bordo di una Fiat 1900 dove l’autista –che si scoprirà essere il figlio della suora – procede per tentativi, sbagliando strada, fermandosi ad ogni svincolo in cerca dell’indicazione giusta. E il maresciallo prosegue la sua indagine, animato dalla ricerca di un figlio che lui stesso vorrebbe avere e spronato dalla moglie a proseguire il lavoro investigativo.

Il mistero si dipana e si potrebbe obiettare che ai giorni nostri un algoritmo, in grado di trovare correlazioni nascoste, avrebbe risolto il caso in meno tempo. Non ne sono sicura. Il contesto ci obbliga a trovare soluzioni velocemente, a risolvere le questioni in ‘tempo reale’. E ci stiamo dimenticando che trovare le giuste connessioni richiede tempo, è il lento articolarsi dei pensieri che ci consente di trovare soluzioni, come per incanto. La mia sensazione – questo libro arriva dopo aver letto un volume sull’intelligenza artificiale – è che non dovremmo abdicare al nostro essere ‘umani’. Dovremmo permettere sempre meno agli algoritmi di decidere per noi, cosa comprare, dove andare, cosa leggere. La verità della suora storta non è una lettura proposta da un algoritmo o dalla classifica dei libri più venduti. È un libro ricevuto in regalo da un amico che mi conosce bene. E che ringrazio.

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