Non una di meno, ma un pensiero in più

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Se potessimo scattare una foto della foto della condizione femminile in questo 2019, che immagine ci rappresenterebbe?Rifletto sull’iconografia nel momento in cui devo trovare un’immagine a corredo dell’articolo e la cosa mi mette a disagio perché penso che difficilmente potrà trasmettere benessere, felicità, pace. Le notizie dei giorni scorsi non danno molte speranze. Persino la ministra Giulia Bongiorno ha parlato di ritorno al passato riferendosi alla sentenza che dimezza la pena per l’uccisore di Olga Matei: il giudice ha riconosciuto come attenuante la ‘soverchiante tempesta emotiva’ causata da una folle e immotivata gelosia. Una legittimazione del diritto d’onore. Punto. Nel frattempo procedono le audizioni per il disegno di legge 735 promosso dal Senatore Pillon di cui ho già ampiamente argomentato e si lavora alle giornate pro famiglia in programma a Verona il 29, 30 e 31 marzo.

Quale famiglia? Il calo demografico è inarrestabile, nel 2018 si sono registrate 449mila nascite, 120.000 in meno rispetto a dieci anni fa; nel 2065 saremo 6 milioni di meno, tra cento anni l’Italia sarà popolata da 16 milioni di persone. Un popolo in via di estinzione. Diminuiscono i nati da madri italiane che, oltretutto, diventano mamme sempre più tardi. La genitorialità nel nostro Paese è ostacolata in ogni modo e ora iniziamo a pagare il prezzo di politiche disincentivanti, di poca attenzione e scarsissima valorizzazione delle carriere dei nostri giovani, che sempre più scelgono di andarsene.

Il desiderio di avere dei figli, come ha fatto giustamente notare la statistica Linda Laura Sabbadini c’è ed è forte, ma disincentivato da una perseverante disattenzione nei confronti delle carriere femminili. Ed è dimostrata la relazione tra lavoro femminile e natalità: le donne se hanno un lavoro pensano a costruire una famiglia, diversamente rinunciano. Eppure ricadiamo sempre lì: viviamo in un contesto nel quale il lavoro di cura ricade culturalmente ancora sulla donna, prova ne sia che la recente modifica alla normativa in materia di smart working preveda che a beneficiarne siano prima le le mamme. Come a dire, la cura viaggia su una corsia preferenziale, e alla guida c’è sempre una donna. Siamo distantissimi dalle culture nordeuropee, dove i congedi parentali sono quasi equamente distribuiti e dove la cura del bambino è una responsabilità condivisa nei fatti.

Intanto il clima sta peggiorando. Lo smart working, da opportunità per iniziare un percorso di change management, si sta riconducendo a pratica per agevolare la conciliazione. Bastano pochi attimi per srotolare il nastro della storia e tornare indietro di decenni, dove nell’immaginario collettivo e stereotipato l’occupazione della mamma è stirare mentre il papà lavora, come riporta un libro di testo delle elementari che tanto scalpore ha suscitato in questi giorni. Uno scalpore che a nulla serve se non si inverte un trend che vede riaffiorare una controcultura pericolossisima che vuole riportare la donna alle responsabilità di accudimento, lasciando all’uomo, al padre, la responsabilità del sostentamento. Una circostanza inaccettabile, al punto di portare molte donne a rinunciare alla maternità. Il termine rinuncia è orribile ma, come ha ben documentato Sabbadini, il desiderio di maternità o paternità esiste ma è frenato dalle circostanze, che impediscono ai giovani di costruirsi una vita indipendente e fanno pagare alle donne un prezzo ancora troppo alto, in termini di carico di lavoro di cura, eccessiva frammentazione delle carriere, divario salariale.

Eppure il nostro sistema industriale rappresenta una grande opportunità occupazionale per le donne. Ora che nelle nostre fabbriche non bisogna spostare merci ma gestire dati, le donne possono esprimere un potenziale enorme e il manifatturiero può rappresentare uno sbocco occupazionale importante visto che, bene ricordarlo, siamo la seconda manifattura d’europa. Le ragazze vanno incentivate ad intraprendere carriere universitarie nelle discipline Stem ma poi bisogna dar loro la possibilità di esprimersi, creando le condizioni affinché il lavoro si intrecci con la vita, o viceversa.

Ci sono evidenze di cui dobbiamo tenere conto: viviamo molto più a lungo, sta cambiando l’organizzazione del lavoro, le nostre aziende hanno perimetri sempre più sfumati, la gestione del lavoro per obiettivi sta entrando sempre di più nella nostra cultura manageriale e tutto questo deve generare nuove opportunità, anche a livello sociale. Invece, come al solito, ci manca la visione di sistema e non basta un bonus qua e là per invertire una rotta, ammesso sia questa l’intenzione.

Per fortuna nel nostro bel Paese esistono imprenditori lungimiranti, che percepiscono il valore di giovani talenti, uomini o donne che siano, e arrivano dove lo Stato non arriva, offrendo alle proprie persone misure di welfare incentivanti, soprattutto serie, non certo la promessa del pezzo di terra per chi pianifica il terzo figlio. Invece di lavorare alla costruzione di un clima sociale all’interno del quale la genitorialità viene favorita con misure che agevolano, per entrambi, il lavoro di cura, stiamo alimentando oltre misura la paura per chi è diverso da noi, se poi osa chiedere aiuto siamo pronti ad alzare barriere, o a chiudere porti. E mentre il nastro della storia si srotola pericolosamente all’indietro i nostri ragazzi, i genitori del futuro, se ne vanno, dove il welfare funziona davvero, dove i papà prendono congedi veri, dove il lavoro di mamma e papà ha lo stesso valore, anche economico. Così nella nostra Italia, oltre ad essere sempre di meno, saremo anche tutti più poveri, perché sono i più talentuosi ad andarsene. Saremo capaci di invertire la rotta?

Serve una presa di coscienza collettiva, bisogna sapere che i nostri governanti legiferano in maniera scellerata. Due giorni fa la Camera ha approvato il disegno di legge sulla legittima difesa, ora il provvedimento passerà al senato. Una legge del tutto inutile, visto che il nostro ordinamento già la prevede, ma utilissima al alimentare un clima di paura. Con Di Maio che, senza vergona, dichiara di non essere d’accordo ma di doversi piegare al contratto di Governo. Siamo in mano a legioni di imbecilli, come definiva Umberto Eco i tuttologi del web. Il problema è questa gente è uscita dall’algoritmo di Facebook e noi la lasciamo governare.

Oggi ci sarà un grande sciopero indetto da Non una di meno. Sono contraria agli scioperi, che si traducono sempre in un ostacolo per le donne, per le mamme e per le famiglie. Questa volta però credo che un urlo collettivo sia necessario, che sia arrivato il momento di alzare i toni prima che qualcuno calpesti la voce delle donne con qualche provvedimento che le relega la donna nella sua ‘missione sociale da compiere’, come cita un volantino della Lega. Siamo usciti dal Medioevo ma il nostro presente è ormai fin troppo popolato da nostalgici dei bei tempi andati, quando bastava accendere un rogo in piazza per togliere dalla circolazione teste sovversive. E se il candidato sindaco di Pontedera deve esplicitare coram populo che nella sua famiglia non ci sono gay, capite bene quale pericoloso clima sociale stiamo costruendo.

Sono arrivata alla conclusione di questa riflessione e penso alla generatività che il femminile porta con sé, e che l’immagine che ho scelto dovrebbe evidenziare. Un potenziale creativo straordinario che, se lo si lascia esprimere, ci può salvare. Ma serve un’opposizione efficace. Quindi ben vengano gli urli nelle piazze di oggi, sperando che resti voce nei giorni a seguire per continuare la battaglia.

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