Ne vale la pena?

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Tra i tanti articoli pubblicati in questi giorni a commento della scomparsa di Sergio Marchionne mi ha colpito un’intervista rilasciata circa vent’anni fa alla televisione della svizzera italiana. Le doti del manager erano evidenti ed altrettanto chiare le intenzioni dell’intervistatore, desideroso di svelare chi fosse veramente Sergio Marchionne smessi i panni del supermanager. Naturalmente l’intervistatore non ebbe la meglio e Marchionne svelò pochissimo di sé. Allora i suoi figli erano piccoli e, come è ovvio presumere, il tempo da dedicare a loro misuratissimo. Nessun padre può compiacersi di poter dedicare poco tempo ai propri figli ma le assenze, afferma il manager, fanno parte del gioco. Anche le assenze sono un insegnamento, sono lo specchio del senso del dovere, della responsabilità, della missione che ci si porta dietro. La moglie, diceva Marchionne, era consapevole del suo stile di vita già dai tempi del fidanzamento e figli avranno modo di comprendere… I figli, come è ovvio che sia, non comprendono subito, metabolizzano con il tempo le scelte dei genitori, a volte le contrastano (nel caso in questione dubito, considerando il gruzzoletto di cui beneficeranno…).

Il problema si presenta per i ‘non Marchionne’, per tutti noi lavoratori e lavoratrici che facciamo un lavoro normale, ma che richiede, se non un analogo impegno, certamente un sostanzioso bagaglio di ‘assenze’ sul registro della genitorialità. Ed è qui che scatta la domanda. Ne vale la pena? Vale la pena arrivare sempre affannati, quando arriviamo, alla recita natalizia? Vale la pena saltare il saggio di ginnastica della bimba? Vale la pena non riuscire mai ad andare a prendere tuo figlio a scuola? È giusto accompagnarlo alla partita proprio se non c’è nulla di più urgente da smarcare? Questo il quesito a pochi giorni della scomparsa di un uomo che sarebbe riduttivo definire manager, avendo gestito con piglio imprenditoriale i mandati ricevuti dalle aziende per le quali ha lavorato. Un uomo di successo perché ha fatto succedere delle cose. E per far sì che le cose accadano, per essere giardinieri, come diceva lui, e creare qualcosa che resti per il futuro, bisogna mettere in conto di sacrificare qualcosa. E il tempo per sé e per la propria famiglia si trova, ahimè, ai primi posti nella lista. Le mamme ne sanno qualcosa… Avevo 11 o 12 anni, quell’anno seguivo un corso di ginnastica ritmica. Per il saggio di fine anno avevo preparato un esercizio alla trave alta che mi pareva difficilissimo. Allora tutte le ragazzine della mia età avevano subito il fascino della famosa ginnasta Nadia Comaneci… Bene, con le mie compagne eravamo tutte sedute in palestra e da una porticina in un angolo in fondo entravano i genitori per sedersi sugli spalti. Mia mamma non arrivò quel pomeriggio. Sapevo non sarebbe arrivata ma in cuor mio fino all’ultimo ho sperato si materializzasse.

Mia mamma non è quasi mai arrivata ai saggi, feste di fine anno, ricorrenze simili. Ne è valsa la pena? Se lo chiedeste a lei credo risponderebbe di si, io alla fine sono cresciuta lo stesso e lei ha costruito una carriera di cui ho largamente beneficiato, in termini di conoscenze, viaggi, esperienze che ho vissuto accompagnandola qua e là per il mondo. Se avesse vissuto in modo più rilassato non avrebbe raggiunto le posizioni di cui va orgogliosa tutt’oggi anche perché, ricorda sempre, per fare carriera bisognava lavorare molto più di un uomo e dimostrare di valere molto di più. C’era sempre un uomo in agguato pronto a scalzare la tua posizione. Ci voleva uno spirito battagliero e tanta forza di volontà per resistere. E questo, ahimè, non è che oggi sia molto cambiato… A bilancio mettiamo quindi tra i passivi festicciole, saggi, merende con gli amichetti dei figli e all’attivo un bagaglio di esperienze, un esempio di vita, rigore, responsabilità. Quindi, per tornare alla domanda iniziale, ne vale la pena? Io dico di si, vale la pena, nel nostro quotidiano, senza essere per supermanager per forza, cercare di fare accadere qualcosa, non accontentarsi della soluzione più comoda, scommettere, prendesi qualche rischio. Anche in famiglia. Dopotutto, come mi disse anni fa una mamma-manager, i figli crescono, nonostante i genitori…

Comment

  • La mia risposta è no, non ne vale la pena, perchè sono nell’età dei rimpianti (figli 20enni), perchè non ho ottenuto i vantaggi economici e di prestigio che pensavo avrei avuto a quest’epoca (ma siamo in Italia!), perchè non ero così consapevole, forse come sono ora, che esiste anche una terza via: coltivare una carriera di cui essere fiera ed essere presente comunque nei momenti importanti della crescita dei figli.
    Non ho ancora capito se, cercando di mantenere alta la qualità in entrambi gli ambiti, mi sono giocata alcuni traguardi professionali o la serenità dei figli! Di sicuro mi sono divertita molto meno di quanto avrei avuto bisogno ed impegnata molto.
    A parte le facili battute, confermo che i figli crescono nonostante i genitori, sono dei bravi ragazzi, hanno sempre studiato con ottimi risultati e totalmente in autonomia fin dalla prima elementare, zaino compreso… 😉

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