Intervista a Gianna Martinengo

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Spazio alle tecnovisionarie

Condividere un percorso, mettere a fattor comune esperienze, moltiplicare le opportunità. E dar voce alle ‘tecnovisionarie’, donne capaci di inventare il futuro creando tecnologie. Questo il senso di Women&Technologies 2008-2015, l’evento giunto quest’anno alla seconda edizione e che può contare sulla sapiente regia e sull’esperienza di Gianna Martinengo, la cui carriera professionale ha sempre coinciso con il mondo delle tecnologie. E, se è vero che oggi le tecnologie rappresentano un mezzo per includere le donne nel mondo del lavoro, è importante prendere atto del fatto che le donne non solo non hanno alcuna difficoltà a interfacciarsi con gli strumenti tecnologici ma sono anche attive nel processo di creazione di innovazione. A una condizione, però: che all’interno delle organizzazioni si avvii un percorso di condivisione di un linguaggio comune che porti alla produzione di innovazione, alla nascita di nuove idee, alla creazione di servizi innovativi.

Gianna Martinengo è stata tra i primi a occuparsi di temi legati al rapporto tra formazione e tecnologia. Nel1983 hafondato Didael, la prima Web knowledge company italiana, di cui è attualmente Presidente. È Presidente del Comitato per l’Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Milano, membro del Consiglio di Amministrazione di Formaper e del Collegio dei Probiviri di Assolombarda. Ha ricevuto numerosi premi tra cui nel 2007 l’Ambrogino d’oro, il Premio europeo Donna Terziario nel 2006 e il premio Mela d’Oro nel 1995 istituito dalla Fondazione Marisa Bellisario.

Women&Technologies. Come nasce il progetto?
Bisogna tornare indietro di tre anni quando, nel contesto della World Computer Conference, mi è stato chiesto di ‘inventare’ una conferenza. Ho pensato a Donne e Tecnologie per due ragioni: per ideare un format innovativo e poi per creare uno spazio che mi desse la possibilità di condividere con altre donne il senso di una carriera professionale iniziata molti anni fa e che ha avuto le tecnologie come denominatore comune. Pensiamo al primo software didattico sviluppato dall’azienda che dirigo –Didael– per bambini con handicap, al laboratorio di ricerca fondato nel 1985 per mettere a fattor comune un know how accumulato negli Stati Uniti e che andava integrato con un approccio europeo differente. L’idea nasce dal desiderio di condividere un percorso, di mettere a fattor comune esperienze, di moltiplicare le opportunità.

Quale la specificità del percorso che si è sviluppato all’interno di Women&Technologies?
Innanzitutto le tecnologie rappresentano un veicolo per includere le donne nel mondo del lavoro. Si parla di economia della diversità perché attraverso le tecnologie le donne, anche nei più remoti angoli del pianeta, possono far conoscere i loro prodotti. Ma questo è l’aspetto forse più scontato. Infatti, nell’ambito di questa conferenza, ho voluto dimostrare che le donne non solo utilizzano la tecnologia ricavandone benefici per sé e per il proprio business, ma sono esse stesse inventrici di tecnologie e capaci di avere un ruolo attivo nel percorso di creazione dell’innovazione. Questo è il senso dell’idea iniziale di tre anni fa. L’intento era sfatare il luogo comune che le donne sarebbero in difficoltà rispetto alle tecnologie. Al punto che inventano tecnologie, sono attive nei centri di ricerca internazionali, hanno ruoli attivi nel processo di creazione dell’innovazione.

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