Intervista a Costanza Amodeo

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È un problema di cultura

Flessibilità, conciliazione, supporto tecnologico. Il tema non ha una soluzione uguale per tutti. Ogni azienda è diversa e ogni organizzazione adotta i propri modelli. Certo, quando si parla di flessibilità, è necessaria, come ci spiega Costanza Amodeo di Engineering Ingegneria Informatica, una buona dose di cultura.

La rappresentanza femminile nei posti chiave è ancora scarsa. Come mai, secondo lei?
Le motivazioni sono di tipo culturale e, a cascata, di tipo organizzativo. Culturale perché le donne sono entrate più tardi nel mondo del lavoro e devono conciliare la loro professionalità con altri aspetti della loro esistenza. Un tetto di cristallo c’è ancora: non è alto in egual misura in tutti i settori, visto che ce ne sono alcuni, comela Pubblica amministrazione, in cui le donne hanno raggiunto posizioni di comando. Ma vi sono altre aree che si stanno aprendo solo adesso e altre ancora assolutamente chiuse: penso alle banche, o alla grande industria. Credo che in futuro la situazione sia destinata a cambiare, perché muteranno i modelli organizzativi nelle imprese e sarà diversa la preparazione culturale nella famiglia, nella scuola e nell’università. Una volta raggiunta la parità in base alle reali capacità e alla formazione, andrà a ricoprire ruoli chiave solo chi ne avrà le competenze, uomo o donna che sia.

La conciliazione tra famiglia e lavoro non avviene per mancanza di politiche a sostegno della famiglia, più che della donna. Quale il suo parere?
Non ci sono ricette, né consigli. Ero scettica riguardo alle quote rosa. Ma mi sono dovuta ricredere, perché mi sono resa conto che in alcuni paesi del nord Europa, dove sono state adottate politiche di sostegno all’ingresso della donna nel mondo del lavoro e della politica, si sono raggiunti dei risultati. Credo poi che per quanto la società e i servizi pubblici possano venire in aiuto delle famiglie, resti un’inconciliabilità di fondo tra vita professionale e privata, che ogni donna deve affrontare, guardandosi dentro. Perchè le scuole possono anche rimanere aperte fino alle sei di sera; ma bisogna avere la voglia e la determinazione di lasciarci i figli per così tanto tempo. Da una parte c’è un problema organizzativo di mancanza di servizi a livello pubblico, su cui si deve migliorare; dall’altra ci deve essere la volontà di portare avanti le proprie scelte, con la compartecipazione della propria famiglia e della società.

Un valido aiuto per le donne che decidono di portare avanti in parallelo vita professionale e vita familiare può arrivare dalle tecnologie. Cosa ne pensa?
La tecnologia è un fattore abilitante. Personalmente, però, ritengo che i modelli di house working e di postazioni di lavoro in remoto, lontani dalle strutture produttive e organizzative delle aziende, non funzionino. Un uomo o una donna, se vogliono essere manager, devono vivere a stretto contatto con le persone che lavorano in azienda e con le strutture. Fare il manager non è un lavoro che si può fare in solitudine. Lavorare a casa, o in uno studio, è un modo di interpretare il lavoro da libero professionista. Una donna manager ha un rapporto vivo con l’azienda: a qualsiasi livello, deve vivere l’azienda dal di dentro, avere un rapporto di scambio e confronto. L’house working, almeno per ora, mi sembra più una moda che una possibilità reale, adatta per chi deve svolgere mansioni molto operative e poco manageriali. Nel lavoro femminile il part-time può rappresentare un’alternativa, anche se parziale. Una donna che non voglia vivere il conflitto casa-lavoro, lavora meglio ed è sicuramente più produttiva in quattro o sei ore di lavoro, invece che in otto. E questo lo dico per esperienza: nel mio staff, anche se non ci sono part-time, ci sono donne con figli che on demand lavorano con qualche flessibilità; i loro risultati sono sempre ottimi e, se talvolta lavorano meno, ricambiano la richiesta di flessibilità con una capacità di applicazione sugli obiettivi indomita, quando serve lavorare sodo, e con standard elevati. Questo aspetto, solitamente, un uomo fa fatica a capirlo. Ci vuole una buona cultura personale.

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