Il dilemma delle piccole cose

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L’amico Livio Macchioro, dopo una pausa di riflessione, ha ripreso a scrivere per la nostra rivista Persone&Conoscenze deliziandoci con ipotesi di testi che non ci sono, e che sarebbe bene qualcuno si prendesse la pena di scrivere (se qualcuno di voi non fosse ancora abbonato è invitato a considerare l’opportunità). Questo mese sente l’urgenza di un libro dedicato a quote rosa e azzurre in azienda. O meglio: un libro per confutare la tesi che la managerialità femminile non è che sia un bene solo per il fatto stesso di essere, appunto, femmina. Certo, i casi di gestione ‘rosa’ pare funzionino meglio. O, sottolinea il nostro Livio, i libri che affrontano il tema raramente, anzi mai, prospettano situazioni negative, o affermano il contrario. Con uno spirito critico annientato, la letteratura difende tout court il manager donna. Mentre un po’ di distanza da questo positivismo ‘a prescindere’ andrebbe presa, quantomeno l’autore auspica un atteggiamento lievemente più critico. E se i successi rosa fossero il risultato di atteggiamenti mutuati da una gestione ‘azzurra’? La riflessione resta aperta… Certo è che non possiamo non condividere il punto due, e cioè la disamina sulla contrapposizione maschio-femmina e sulla tendenza ad alimentare i contrasti. Una tendenza che può portare a costruire due culture, due visioni. E non bisogna essere esperti di management per capire che la cultura deve essere una, possibilmente condivisa. Ce lo racconta anche Sergio Borra, l’Amministratore delegato di Dale Carnegie nell’intervista che ci ha rilasciato –sempre sullo stesso numero di settembre– quanto pericolosa sia la cultura del ‘noi’ e del ‘loro’, quanto poco efficace sia alzare muri anziché lavorare sulla complementarietà. Ma trovare terreni di dialogo è più faticoso, a volte si preferisce lavorare con assurda pervicacia per sostenere le proprie ragioni mentre con meno fatica potremmo avvicinarle alle ragioni dell’altro. E lavorare, come dice sempre il nostro Francesco Varanini, per il bene comune. Però non c’è un’altra strada, ora che le differenze di genere rappresentano una piccola fetta delle tante diversità con le quali ci si deve confrontare. Il prossimo 15 ottobre organizziamo a Milano un evento dedicato a questo tema e, a onor del vero, le differenze legate al genere rappresentano ormai una parte, anche minoritaria, del problema. All’interno delle nostre aziende sono altre le differenze con le quali bisogna venire a patti: culture e provenienze differenti, orizzonti anagrafici che faticano a comunicare –l’age management è diventata una disciplina manageriale–, orientamenti sessuali che vanno rispettati e disabilità. Insomma, se fino a qualche anno fa le ‘differenze’ erano immediatamente ascrivibili al genere, ora il tema si è ampliato, quantomeno le differenze di genere sono una parte di un tema più complesso che anche noi tratteremo nel corso del nostro evento (al link http://www.este.it/res/convegno_edizione/eid/179/zid/327/p/ trovate agenda e dettagli dell’appuntamento). Per tornare al tema di Livio, e cioè al libro che non c’è, credo che ci sia del vero in quello che dice. Ha senso affermare che uno stile è meglio di un altro? Contano i risultati, che sono sempre più subordinati alla preparazione. Poi ognuno ha il suo modo per esercitare la leadership. Ci sono donne che si esprimono con atteggiamenti mascolini e uomini dai comportamenti meno stereotipati. Alla fine conta la direzione, la meta che si è capaci di far raggiungere al proprio gruppo di lavoro, alla propria azienda. Il tema che non si risolverà mai è invece legato alla conciliazione, alla gestione dei tempi di lavoro e dei tempi della famiglia. Rispetto a questo le donne, se sono anche madri, hanno esigenze che non sempre le organizzazioni, o non tutte le professioni per lo meno, riescono a rispettare. Le aziende possono far molto, le iniziative di welfare rappresentano un aiuto indispensabile (al tema dedichiamo un road show che patirà a Brescia il prossimo 13 ottobre e toccherà 5 città della Lombardia; informazioni al link http://www.este.it/res/convegno/eid/188/p/). Ma nulla potrà mai contrastare il desiderio, prevalentemente femminile, di dedicare tempo alla propria casa e ai propri affetti. L’affermazione di Flavia Pennetta, un minuto dopo essersi aggiudicata gli Open di tennis, qual è stata? Lascio il tennis per dedicarmi a ciò che ho sempre dovuto lasciare in attesa: la famiglia, la casa, le piccole cose. Inutile cercare argomentazioni complicate. La differenza tra un manager uomo e una manager donna si gioca tutta lì: nella soddisfazione di occuparsi delle ‘piccole cose’.  

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