Con mia madre è diverso?

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Come ogni anno mi ritrovo qui. Nella mia casetta ligure.casa In questi giorni però la ‘formazione famiglia’ è ridotta. Mio figlio Giovanni deve studiare ed è rimasto a Milano. È venuto qualche giorno ma il mare, dice, lo distrae. È una persona seria, somiglia a sua nonna… l’aspirante filosofo invece deve godersi il suo periodo di ‘ozio creativo’ e non vuole essere disturbato. Andava tutto bene fino a quando non si è rotto il suo motorino e il meccanico, come era prevedibile, nei giorni di ferragosto non ci ha dato speranze… quindi dobbiamo condividere un mezzo di trasporto e sono costretta a constatare che si alza a mezzogiorno, fa colazione all’una, rientra dalla spiaggia dopo alle 8 per uscire subito dopo. Finché eravamo indipendenti, uscivo la mattina e fingevo di non accorgermi dei suoi movimenti, ora che siamo legati all’unico motorino che funziona prendo atto dell’andazzo insano di questa vacanza. Ma di vacanza trattasi, quindi andiamo avanti… Il bello di queste giornate che passano lente è che c’è tanto tempo da dedicare alla lettura. Ho appena terminato il romanzo di Paolo Cognetti, autore che non conoscevo e mi ha sorpreso con la sua narrazione intensa, ‘Le otto montagne’. Una riflessione sulla ricerca del ‘nostro posto nel mondo’, una cosa seria, non da chiacchiera sotto l’ombrellone. Una riflessione che, se dobbiamo ragionare sull’analisi delle differenze, ci porta ad analizzare la differente propensione che hanno gli uomini e le donne, o meglio, le madri e i padri, nell’indirizzare i propri figli.

 “Mio padre mi disse che buttavo via la vita, io gli risposi che secondo me l’aveva buttata via lui. Non ci parlammo per più di un anno intero, quello in cui andavo e venivo nella mia caserma di soldato, e dopo il congedo partii quasi senza salutare. Meglio per lui e per me che andassi per la mia strada […] Con mia madre era diverso… Fu per lettera che le parlai della mia decisione di iscrivermi a una scuola di cinema… Mi affascinava il documentario, mi sentivo portato a osservare e ascoltare e mi confortava che lei mi rispondesse: sì, sei sempre stato bravo in questo” (1). 

Questo passaggio dice molto della propensione femminile all’ascolto, alla ricerca della comprensione dell’indole di chi sta vicino a noi. Difficile per un genitore individuare le qualità sulle quali un figlio dovrebbe investire, ma capita più spesso che siano le madri ad accettare strade differenti da quelle che il padre ha immaginato. Quanti imprenditori non si rassegnano e costringono in azienda figli che non hanno il coraggio di ammettere, a se stessi prima di tutto, che la loro vocazione risiede altrove? Certo, in molti casi subentrano posizioni di comodo, percorrere la via più semplice ha sempre una grande attrattiva. Per un genitore non c’è nulla di più appagante che poter dire di ‘aver messo il figlio a posto’… Ma quanta sofferenza c’è dietro a questa sistemazione apparentemente perfetta? Paola Mastrocola nel suo bellissimo romanzo ‘Non so niente di te’ racconta di un ragazzo che alleva felicemente pecore in montagna mentre i suoi genitori lo pensano studente modello a Oxford. Ragazzi che si ‘fingono’ felicemente studiosi e alla vigilia della laurea ammettono di avere dato due/tre esami ce ne sono molti più di quanto non si immagini. Un fenomeno che sarebbe da indagare… abbiamo una percentuale di laureati tra le più basse in Europa, dovremmo tutti farci qualche domanda… Cosa stiamo facendo per indirizzare i nostri ragazzi? Si tratta di persone che poi entreranno, si spera, in azienda. A quel punto la palla passa al direttore delle risorse umane? Ai manager che devono fare quel lavoro introspettivo che non sono stati capace di fare i genitori? La domanda resta aperta. Giovanni spera di entrare nella facoltà di medicina. Sarà adatto? Non ne ho la più pallida idea… So con certezza che nessuno gli ha ‘imposto’ questa scelta. Scellerata, se posso dare un parere. Dopo 10 anni di studio, se va bene, non c’è nemmeno la certezza di trovare un lavoro. Se poi si trova, certamente sarà sottopagato. In ogni caso, in che mondo vivremo tra 10 anni, non ci è dato sapere quindi, nell’attesa, meglio impiegare il tempo facendo qualcosa che ci interessa. Poi Giovanni vorrebbe specializzarsi in psichiatria. Ieri ho incontrato un amico medico al bar e ho cercato conforto. Il mondo è pieno di matti, dico io, Giovanni un lavoro ce l’avrà di certo. E lui, con l’aria di chi la sa lunga, ribatte: “Di matti è pieno il mondo, il fatto è che chi è matto non si fa curare…”.  Molto bene. Buon ferragosto.

 

 

(1)    Paolo Cognetti, Le otto montagne, Torino, Einaudi, 2016, pag 82

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